VERMOCRACY – Age of Dysphoria

Titolo: Age of Dysphoria
Autore: Vermocracy
Nazione: Austria
Genere: Melodic Death metal
Anno: 2022
Etichetta: Black Sunset / MDD Records

Formazione:

Michael Frick – Voce
Andreas Huber – Chitarra
Stella Kussauer – Chitarra
Roman Kolesnik – Batteria
Hannes Sandrini – Basso


Tracce:

01. Intro
02. Necrocracy
03. World Of Wounds
04. The Void’s Embrace
05. Opposed Evolution
06. Grace Of Hypnos
07. Perpetual Flood
08. The Pyre
09. In Darkness Let Me Dwell

Durata totale: 36:12


Voto del redattore HMW: 7,5/10
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Leggi Melodic Death metal e ti immagini un gruppo proveniente dalle sfere nordiche del nostro continente, dove tanti anni fa leggende come In Flames e Dark Tranquillity diedero il via ad una corrente stilistica negli divenuta sempre più ricca di protagonisti e spunti originali. Questa volta ci spostiamo sempre verso il freddo nord compiendo però la nostra sosta nella più vicina Austria.

I Vermocracy escono nell’anno di grazia 2022 con il secondo album della loro carriera, iniziata nel 2017 e scaturita in un buon disco di debutto pubblicato due anni orsono. La formula si è affinata conferendo alle nove tracce di “Age of Dysphoria”, comprensive di una introduzione di violino, vigore e freschezza. La peculiarità che salta all’occhio (o per meglio dire, alle orecchie…) è il grande impiego delle scale minori armonica e melodica nella costruzione dei riff, d’altronde i cinque musicisti viennesi per ovvie ragioni geografiche e storiche, subiscono l’influenza e il fascino degli artisti dell’epoca classica, a dimostrazione che il metal e le composizioni sinfoniche hanno molto in comune, dal punto di vista tecnico-compositivo.

Con “Necrocracy” e “World of Wounds” si ha subito una conferma di quanto sopra dichiarato, con le chitarre a formare un compattissimo muro di suono sopra il quale si stagliano i fraseggi solisti eseguiti da Andreas Huber, di grande gusto e coerenza con l’atmosfera cupa e apocalittica evocata dal cantato aggressivo di Michael Frick, chiamato a narrare il simil-concept di un mondo ormai prossimo al collasso, dove desolazione e assenza di speranza regnano sovrane. Due episodi come “The void’s Embrace”, aperto appunto da un fraseggio neo-classico e “Opposed Evolution”, tra i brani più tirati del lotto, continuano la tematicità che guida le canzoni, soprattutto nel primo caso dove il testo riprende un celeberrimo concetto dello Zarathustra di Nietzsche per il quale “puoi spingerti a guardare nell’abisso, ma se lo farai troppo a lungo anche l’abisso scruterà dentro di te”.

Dopo le ottime “Grace of Hypnos”, variegata nel suo evolversi fino al climax dettato da un ritornello a dir poco misantropico, e “Perpetual Flood”, condita da un pregevole solo prima del breakdown conclusivo, le battute finali sono affidate a “The Pyre”. Qui la formazione si avvicina alle linee guida dettate da certi indimenticabili Children of Bodom, con riff affilati e grande melodia nelle sezioni che compongono il brano prima di lasciare spazio ad all’emozionante conclusione di “In Darkness Let Me Dwell”, unica concessione fatta agli strumenti acustici di “Age of Disphoria”. Segnale di una certa qual volontà di uscire dagli schemi che ultimamente paiono segnare le pubblicazioni dei complessi Melodic Death, quasi “obbligati” a comporre brani nei quali si trovano intermezzi acustici, utilizzati per allentare la tensione sonora ma non sempre convincenti.

Il nuovo capitolo discografico dei Vermocracy vanta belle canzoni e una produzione di buon livello, mai eccessivamente “confezionata”, ma sufficientemente moderna e di qualità, in grado di far risaltare sia il basso di Hannes Sandrini che la batteria di Roman Kolesnik. Molto suggestiva la copertina, a corredo di un possibile episodio spartiacque nella carriera degli austriaci.

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