OPETH + The Vintage Caravan


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EVENTO: Opeth + The Vintage Caravan
LUOGO: Teatro Romano di Ostia Antica, Roma (RM)
DATA: 28.09.2022

Che la data fosse particolare era già chiaro dal luogo: il teatro romano di Ostia Antica, suggestivo per la propria storia e dall’ottima acustica. Tuttavia, il concerto degli Opeth e dei The Vintage Caravan a Roma non è stato qualcosa di letteralmente straordinario (nel significato preciso di “fuori dall’ordinario”) semplicemente per questo motivo, ma per molti altri fattori.

Quando i The Vintage Caravan salgono sul palco forse sono un po’ in soggezione di fronte all’appuntamento con la storia a cui sono chiamati (non il primo in realtà, perché qualche data prima il tour aveva fatto tappa nel teatro romano di Plovdiv, l’antica Filippopoli). Tuttavia sono accolti con grande entusiasmo e curiosità da un pubblico eterogeneo e già numeroso, pubblico che viene subito conquistato da un ottimo repertorio, suonato senza sbavature e decisamente apprezzato dai presenti. Come chiusura del tour, il trio islandese non può chiedere di meglio: standing ovation e commenti positivi a coronamento di una fantastica esibizione.

 

Ma, come detto, l’attrazione principale della serata sono gli Opeth. Quando salgono sul palco Mikael e compagni molta gente sta ancora prendendo posto. L’apertura è affidata a “Demon Of The Fall”, suonata con furia metodica e notevole perizia tecnica, e dal brano di “My Arms, Your Hearse” si passa alla monumentale “Ghost Of Perdition”. Il gruppo è carico, il pubblico anche, e complice – come detto – un’acustica veramente perfetta, che permette di notare dettagli difficilmente distinguibili in altri contesti, lo spettacolo si rivela assolutamente godibile fin dal principio.

La scaletta è stata scelta con intelligenza: lo sappiamo che non a tutti è piaciuta la svolta degli ultimissimi dischi, ma accostare perle come “The Reverie / Harlequin Forest” a “Nepenthe” o a “The Devil’s Orchard” fa notare quanto vicine siano in realtà, stilisticamente, quelle composizioni, pur con tutte le differenze del caso. E, tra piccoli siparietti dove Mikael viene acclamato a gran voce (però in italiano: “Micheleeeee!”) e scherza e ride col pubblico, sempre con l’aplomb a cui ci ha abituato negli anni, c’è spazio anche per una pregevole versione della ballata “Hope Leaves” così come per l’aggressività evocativa di “The Lotus Eater”. E a chi rimpiange gli esordi, Åkerfeldt dedica anche un piccolo estratto di “Face Of Melinda”. Tutto, ricordandoci di continuo come sia bello per lui e i suoi compagni di gruppo suonare in un posto del genere.

Ma il concerto sta per volgere alla fine: nel bis c’è spazio per due pezzi (tanto si sa, la durata media dei brani degli Opeth è alta): “Sorceress” prima e, in chiusura, la sempre superba “Deliverance”. A questo punto ormai tutto il pubblico è in piedi e molti sono scesi dalla cavea per raggiungere il semicerchio sotto al palco. L’emozione di tutti i presenti (Opeth inclusi) è palpabile e l’impressione che si ha, a concerto appena concluso, è di aver assistito a qualcosa di magico e difficilmente replicabile, destinato a diventare mitologia per chi amerà il genere dopo di noi. Per quanto mi riguarda, un concerto che, senza bisogno di effetti speciali o colpi di scena particolari, entra di diritto nella lista dei più memorabili a cui ho assistito.

 

 

 

 

Foto di Marco Proietti, che ringraziamo pubblicamente:

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