SLIPKNOT – The End, So Far

Titolo: The End, So Far
Autore: Slipknot
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Alternative metal
Anno: 2022
Etichetta: Roadrunner Records

Formazione:

Shawn Crahan – percussioni, cori
Craig Jones – campionatore, tastiera
Mick Thomson – chitarra
Corey Taylor – voce
Sid Wilson – dj, campionatore
Jim Root – chitarra
Alessandro Venturella – basso
Jay Weinberg – batteria
Michael Pfaff – percussioni, cori


Tracce:

1.Adderall
2.The Dying Song (Time To Sing)
3.The Chapeltown Rag
4.Yen
5.Hivemind
6.Warranty
7.Medicine For The Dead
8.Acidic
9.Heirloom
10.H377
11.De Sade
12.Finale


Voto del redattore HMW: 7,5/10
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Sono bastate poche settimane dall’uscita di The End, So Far per catapultare gli Slipknot in vetta alla classifica Top 10 album. Ciò nonostante, l’ultimo lavoro rappresenta un vero e proprio spartiacque tra la necessità di rinnovamento e il rischio di snaturalizzazione, oltre a siglare la fine degli obblighi contrattuali con la Roadrunner.

Il brano di apertura “Adderall” sembra sbucato fuori da un cassetto segreto, anzi da Look Outside Your Window, il disco mai realizzato, nato durante le sessioni di All Hope Is Gone che dovrebbe avvicinarsi a un anticonvenzionale rock melodico alla Radiohead. L’intento sperimentale è convincente, rappresenta una forviante sospensione nel tempo, un “gospel” moderno che esalta le doti canore di Corey Taylor. Procedendo in ordine sparso ma argomentativo, l’hard rock di “Acidic” e il singolo dissacrante “Yen” perseguono in questo percorso, quest’ultima accende inoltre i riflettori su un assolo centrale di Sid Wilson: fondamentale è l’apporto sonoro del nostro numero 0 e di Craig Jones in tutto l’arco dell’album. “The Dying Song (Time To Sing)” e “The Chapeltown Rag” riprendono invece i classici cliché del combo di Des Moines: sfuriate nu/death, intermezzi rap e rush vocali con aperture melodiche che strizzano un po’ troppo al commerciale.

Con “Hivemind” facciamo un salto diretto indietro nel tempo a quando la mia generazione gridò al miracolo nu metal con il primo album omonimo della band (Slipknot-1999) e a questo punto è molto più godurioso lasciarsi travolgere piuttosto che concentrarsi su pignolerie recensorie. Il brano in chiusura “Finale” funge anch’essa da outsider a chiudere il cerchio marchiato dal brano di apertura. Riassumendo gli Slipknot risultano intrisi dall’esperienza Stone Sour così come essere schiavi di sé stessi, smarriti rispetto a un filo conduttore e scettici della produzione.

I pezzi meno aggressivi risultano essere più stimolanti, fulcro di una presunta nuova era o conferma di un progressivo declino.

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