RING OF FIRE – Gravity

Titolo: Gravity
Autore: Ring Of Fire
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Heavy Metal (Progressive/Power Metal)
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Mark Boals: voce
Vitalij Kuprij: tastiera e pianoforte
Aldo Lonobile: chitarra
Stefano Scola: basso
Alfonso Mocerino: batteria


Tracce:

01. The Beginning
02. Storm Of The Pawns
03. Melanchonia
04. Gravity
05. King Of Fools
06. Sky Blue
07. 21St Century Fate Unknown
08. Another Night
09. Run For Your Life
10. Sideways


Voto del redattore HMW: 6,5/10
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Toh, chi si rivede? Mark Boals (Shining Black, ex Savoy Brown, ex Yngwie Malmsteen ex Ted Nugent) e i suoi Ring Of Fire resuscitati dalla nostra Frontiers specializzata ormai in questi clamorosi ripescaggi. Per chi non li conoscesse, questa è una formazione americana dalle sonorità neoclassiche, power e prog metal, fondata in California ventidue anni fa dal già citato cantante Mark Boals. Il nome del combo prende spunto dal primo album solista dell’artista statunitense intitolato proprio: Ring Of Fire. Purtroppo, la discografia di questo gruppo a stelle e strisce comprende solo quattro album in studio: The Oracle del 2001, Dreamtower del 2002, Lapse Of Reality del 2004 e Battle Of Leningrad del 2014. Gravity è il quinto platter della formazione di Mark che sembra preferire la qualità alla quantità in modo da incidere dischi solo quando c’è l’ispirazione per farlo. L’artista è un musicista molte impegnato perché oltre al suo progetto Ring Of Fire, fa parte dei Dio Disciples, dei Dramatica e dei Shining Black di Olaf Thorsen solo per citarne alcuni. Oltre al già citato Boals, troviamo in sella l’altro fondatore Vitalij Kuprij (Artension, Trans-Siberian Orchestra) alla tastiera e al pianoforte. Completano il gruppo: il nuovo acquisto Aldo Lonobile (Secret Sphere, Sweet Oblivion, Death SS) che sostituisce Tony MacAlpine alla chitarra, Stefano Scola al basso e Alfonso Mocerino alla batteria.

La musica del quintetto è un ritorno ai ceppi dell’heavy metal neoclassico influenzato dall’indiscusso maestro Yngwie Malmsteen e sostenuto dall’enorme estensione vocale da soprano di Boals, che nell’occasione sembra più rabbiosa e aggressiva del consueto. Significativo è poi il suono proveniente dalla musica classica che Kuprij porta nella sua fedelissima tastiera. L’Americano poi si mette in luce, con la sua tastiera, duettando con la sei corde elettrica dell’italiano Lonobile per uno scontro avvincente e ricco di magia neoclassica. “Storm Of The Pawns”, “King Of Fools” e “Run For Your Life” ne sono un esempio importante.

La prima è tipicamente prog, ma anche intrisa dalla classica raffinatezza tipica del power metal ottantiano, grazie al soave e allo stesso tempo cupo piano dell’eccellente Kuprij. L’abilità di Lonobile sulla sua sei corde è straordinaria, così come il suo tocco di produzione sempre più inventivo e pulito. La seconda e sorprendente “King Of Fool’s” offre una particolare asprezza nel suono del gruppo con Mark che oltretutto irrobustisce le sue perfette corde vocali.

Qui si ode un misto tra il suono neoclassico di Malmsteen e il suono prog degli Artension o dei più famosi Symphony X, mentre la terza “Run For Your Life” è un vortice impazzito di note melodiche sparate rapidamente dalla tastiera e dalla chitarra elettrica con in sottofondo gli incredibili acuti del frontman statunitense. Il ritornello non è un granché ma il groove del pezzo è trascinante e ben sviluppato da una buona sezione ritmica. Se l’apertura “The Beginning” è troppo lenta ed ecclesiale nei suoni armonici emanati dalla tastiera che non portano da nessuna parte, l’aggressiva e pomposa “Melanchonia” è invece di un altro pianeta per via della velocissima doppia cassa di Mocerino, dei riff spigolosi di Aldo e della rabbiosa e urlata ugola di Boals.

Con “Gravity” si raggiunge il culmine dell’esplosione sonora della formazione americana. Qui l’hard rock melodico impastato al metal, guidato da drammatici sintetizzatori, è impreziosito da riuscitissimi cori e da una superba prova vocale da parte del cantante. Il tutto arricchito dalla sfida strumentale tra Aldo Lonobile e Vitalij Kuprij che combattono all’infinito per assumere il dominio della composizione. La chitarra acustica di “Sky Blue” apre ad una romanticissima ballata molto soffice e riflessiva che porta ad una tregua tra la sei corde di Lonobile e i tasti di Vitalij. Il ritornello è poi piacevole e melodicissimo grazie anche al contributo di Mister Boals.

“21st Century Fate Unknown” è la tipica canzone anni ’80 di classic metal, dal grande ritmo e dalla padronanza artistica dei quattro membri, che a partire da Lonobile mostrano tutte le loro qualità artistiche. Il ritornello è orecchiabilissimo, sostenuto da una pungente e battente chitarra che gareggia contro una arrembante tastiera e contro le urla malefiche di Boals. Dopo tanta energia arriva la pace dei sensi con il secondo lento dell’album: “Another Night”, dove il pianoforte prevale su tutti gli strumenti ricevendo un aiuto e una spinta importante dagli intermittenti riff e dai pacati assoli di Aldo. Canzone bellissima e sognante per via anche del refrain melodicissimo che perfora il cuore e l’anima senza pietà. Nell’ultima in scaletta “Sideways”, dallo stile Malmstiano, l’indomabile e tecnicissimo Aldo Lonobile continua la sua missione penetrante insieme ad un’altra magnifica interpretazione del formidabile cantante americano. Mark Boals offre un’altra grande abilità vocale sotto i colpi micidiali della sei corde elettrica, ammorbiditi in parte e in sottofondo dalla tastiera che trova sempre e comunque l’occasione di riservarsi un suo spazio, chiudendo virtuosamente l’ultimo minuto del pezzo.

In conclusione, Gravity è un album nostalgico, sincero, gradevole e dal tocco moderno nonostante il sound sia quello tipico degli anni ottanta e senza inutili virtuosismi strumentali, amalgamando bene la potenza, la melodia e le sperimentazioni progressive interessanti del combo statunitense. Inaspettatamente i Ring Of Fire sono tornati per la gioia degli amanti del genere e per quelli che adorano le eccezionali prestazioni vocali del leader indiscusso Mark Boals. L’unica pecca, in generale, è il prolungarsi di alcuni pezzi che sembrano trascinarsi un po’ più del necessario ma dopo otto lunghissimi anni di attesa la cosa è pure giustificabile e anche trascurabile.

 

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