ANCIENT FLAME – Blood Stained The Barren Land

Titolo: Blood Stained The Barren Land
Autore: Ancient Flame
Nazione: Finlandia
Genere: Heavy Metal
Anno: 2022
Etichetta: indipendente

Formazione:

Rissto Hämäläinen – Chitarre e cori
Kirsimarja Alonen – Voce
Petteri Urmas – Voce e sintetizzatori
Kimmo Lukkaria – Chitarre
Markku Vanhanen – Basso e cori
Juha – Pekka Ruohonen – Batteria


Tracce:

01. Babilim (The Time Has Come)
02. Sin Of Ur
03. Nanaya
04. Lilith The Warlock
05. The Great Flood
06. Evil Days
07. Empire Of The Sun
08. Rising Evil
09. Sargon (The Legacy)


Voto del redattore HMW: 7/10
Voto dei lettori: 9.5/10
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Dopo aver passato ben sei anni alla corte della gruppo di metal sinfonico Therion durante la metà degli anni duemila, collezionando centinaia di presenze come abile chitarrista sui palchi di tutto il mondo, il signor Rissto Hämäläinen decise, nel 2017, di intraprendere il percorso della composizione in proprio, mai in realtà interrotto ma solamente frequentato con alcuni progetti minori nella madrepatria Finlandia, richiamando a sé Markku Vanhanen e Juha – Pekka Ruohonen, rispettivamente bassista e batterista dell’attuale formazione.

Giusto il tempo di aggregare anche la coppia di ugole Kirsimarja Alonen e Petteri Urmas al terzetto iniziale, prima di impostare un discorso compositivo che per i successivi anni ha visto gli Ancient Flame ideare una dozzina di canzoni, nove delle quali contenute nel qui recensito Blood Stained The Barren Land, esordio discografico completo se si esclude la pubblicazione di un paio di EP nel 2020.

L’album è un concept sui miti e le leggende, a volte beneauguranti e a volte terribili, dell’antica nazione-impero babilonese esistita millenni addietro nella fascia geografica dell’Asia Minore conosciuta con il nome di Mesopotamia. Benché le tematiche e i nomi delle divinità e dei personaggi, rappresentati per l’occasione dai versi del duo scanditi al microfono, non siano necessariamente una novità all’interno del mondo della musica metal (“Rhesus Negative” dei torinesi Scream3Days è un ottimo esempio a supporto delle mie parole), nondimeno riescono spesso a suscitare una forte fascinazione ed attrazione nell’immaginario collettivo.

D’altronde, è proprio con i Babilonesi che nasce il concetto ed in seguito la tecnica della scrittura, unico modo, allora come oggi, per consegnare ai posteri racconti e testimonianze della propria esistenza terrena. O perlomeno per chi evita di utilizzare l’Intelligenza Artificiale perché si reputa ancora abbastanza intelligente per fare qualcosa da solo, senza accettare la discrezionalità artificiale di una macchina (non sono luddista ma semplicemente umano).

Il genere rappresentato nei quarantacinque minuti occupati dalla scaletta è un roccioso heavy metal di stampo classico, efficacemente arricchito da due importanti elementi che aiutano a distinguere il quintetto da altre formazioni dedite ad uno stile similare: il primo è l’inserimento di suggestioni derivanti dall’impiego di scale modali tipiche dei paesi della zona geografica discussa poc’anzi; il secondo è invece legato alle orchestrazioni sinfoniche sparse nelle tracce.

Il panciuto riff di basso che apre “Babilim (The Time Has Come)”, prima composizione del lotto, ci accoglie in questa avventura tra le leggende antiche e ci indica anche la strada intrapresa dal complessivo, strada battuta a ritmo di tempi medi e approccio epico al ritornello ma complesso e ben strutturato per quanto concerne le strofe, con i due cantanti a scambiarsi i ruoli tra comprimario e protagonista, lungo il volgere delle canzoni.

“Sin Of Ur” chiarisce ulteriormente quanto detto, applicando prepotentemente i precetti sinfonici cari al fondatore, ma è con “Nanaya” che subentrano anche le prime importanti suggestioni orientali. Difatti, basta ascoltare la ritmica del pezzo, sviluppata sul suono di tamburi tribali e concitati, per sentirsi trasportati in un’epoca lontana nel tempo ed al contempo esotica e misteriosa. “Lilith The Warlock” gira su un riff di chitarra molto aggressivo, quasi ossimorico rispetto alle voci, perlomeno in prima battuta. Sentiamo a metà del pezzo uno dei pochi assoli presenti sull’album, impiegati più come incisi in grado di donare diversità e respiro ai brani serrati, più che per mostrare le doti dei singoli chitarristi.

Per evitare di trasformare questa recensione in un’analisi singola di ciascun brano, che non renderebbe onore alle intenzioni del gruppo poiché ogni singola canzone possiede una gran varietà di sfaccettature difficili da spiegare tramite parola scritta, vi indico quelle che, non ancora menzionate, hanno raccolto il mio favore: “The Great Flood”, “Empire Of The Sun” e la conclusiva “Sargon (The Legacy)”.

Gli Ancient Flame ci omaggiano di un disco solido, ben ideato e percorso da un tema intrigante, corredato da una trama di testi poetici ma mai troppo astrusi (ammesso che mastichiate almeno vagamente i nomi e le tematiche che ogni canzone porta in dote) o arzigogolate. Tutti ingredienti ottimi per una scorpacciata di sano heavy metal condito con un po’ di occulto!

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