Netherheaven European Tour 2023


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Netherheaven European Tour 2023 – Alchemica Music Club

REVOCATION – GOATWHORE – ALLUVIAL – CREEPING DEATH

“Che poi un ostello potevamo pure prenderlo.” “Ma sì, dormiamo in macchina e va bene così, mica andiamo a Cervinia”. 

Con queste premesse iniziava il pomeriggio di viaggio dalla profonda provincia astigiana in direzione Bologna. Meta: Alchemica Music Club. Ci sono i Revocation stasera.

Ebbene, la curiosità di assistere all’esibizione di questo gruppo proveniente da Boston, attualmente in tour europeo dopo aver già solcato i palchi di tutti gli States, ha convinto me e il mio fratello metallo Edoardo, in arte Man, ad affrontare la trasferta in territorio emiliano.

All’arrivo al locale, posizionato in una zona industriale nella zona nord-est della città delle Cento Torri, siamo subito accolti dalla veemenza del primo gruppo di serata, i Creeping Death. Ancora prima di posizionarmi più vicino al palco per ritrarre la performance della formazione di Denton, mi pare di recepire dei volumi ben impostati e dei suoni equilibrati, cosa che spesso non accade immediatamente durante i primi minuti di esibizione in apertura. Sicuramente un buon segnale che viene confermato dal quintetto che sul palco si trova a suo agio ed è sul pezzo mentre sciorina death metal dal sapore old school pescando dal proprio consistente repertorio, inaugurato ben otto anni fa e che li ha portati con merito a girovagare il mondo in tour con dei pesi massimi del genere. I cinque intrattengono efficacemente il primo pubblico accorso alla serata anche se non riescono a smuoverlo più di tanto, mentre la sala lentamente inizia a gremirsi di ulteriori fanatici dell’heavy metal.

 

I secondi ad esibirsi sono gli Alluvial, autori di un personale death metal progressivo che negli anni si è evoluto assorbendo molti spunti da generi più moderni come djent e deathcore. Purtroppo durante il tour il chitarrista Wes Hauch si è visto costretto a sospendere la propria attività per ragioni di salute, lasciando in balìa degli eventi gli altri membri della formazione. Nonostante questa grave defezione, i ragazzi hanno preso la decisione di salire ugualmente sul palco in formazione ridotta con i soli Tim Walker al basso, Matthew Paulazzo alla batteria e Kevin Muller al microfono, optando per una scelta difficile e anche coraggiosa.

Benché faccia un po’ effetto osservare un’esibizione dal vivo con le chitarre registrate in traccia, non si può certo dire che il trio sul palco non abbia dato il meglio per ovviare alla spiacevole situazione. La mezz’ora scarsa del loro concerto è stata un continuo assalto sonoro alle nostre orecchie, tanto più che, almeno a personale sensazione, il basso ha ricevuto un innalzamento di volume che ha consentito al musicista di coprire al meglio le sezioni più intricate dal punto di vista del fraseggio chitarristico, evitando che l’esibizione diventasse una semplice presenza ma che potesse comunque risultare degna. Rimane il rimpianto di non aver assistito ad un concerto “completo”, ma rendiamo comunque il giusto tributo a questi bravissimi musicisti e ci auguriamo di rivederli prima o poi dalle nostre parti.

Tempo di esaurire le ultime scorte birrose detenute in macchina per l’occasione e iniziare ad aggredire, assetati, i gentilissimi baristi della struttura che ci ospita, ed ecco che ci avviciniamo di un altro passo ai cancelli degli inferi: i bestiali Goatwhore si ergono su noi come nere bestie di blasfemia e devastazione. Sarò immediato e sincero, gli ascolti casuali dei dischi pubblicati in questo ventennio di attività del gruppo di Sammy Duet (ex chitarrista dei miei amatissimi e mai abbastanza celebrati, nonché defunti, Acid Bath) non mi hanno lasciato convinto e nemmeno il Man, dai gusti vari ed estremi, sembrava particolarmente convinto di questo complessivo. Ma, si sa, tutto dal vivo suona meglio e proprio nel momento in cui il Man stava proponendo un’altra tappa al banco refrigerio liquido, il mio invito a desistere si è trasformato in un pugno chiuso irto al cielo ad imitare il borchiato cantante.

Improvvisamente, dopo i tre brani iniziali (nella foto la locandina prestatami da una giovanissima donzella che di sicuro non soffriva di dolori articolari come me, sciancato redattore, a giudicare dal suo estremo headbanging) meno immediati, ecco che il tutto si trasforma in un frenetico e divertentissimo infuso di black metal e rock and roll godibilissimo, almeno al pari dell’attempato cantante L. Ben Falgoust II. Poche volte ho visto un frontman divertirsi in un modo così sincero e scanzonato, tra una birra e l’altra offerta al pubblico ed un’ideale benedizione (blasfema) ai ragazzi sotto palco. La scaletta di poco meno di un’ora è stata davvero intensa oltre che in grado di consegnarci una carica di energia necessaria a percorrere gli ultimi metri prima dei cancelli dell’inferno!

Sono precisamente le 22:35 quando sul palco fa la propria apparizione Dave Davidson, leader e principale compositore dei Revocation e assoluto dio sceso in terra per mostrare a noi patetici chitarristi improvvisati cosa significhi l’onnipotenza, per di più con una sette (!!!) corde in mano. La scaletta di serata offre l’ascolto in buona parte di brani estratti dal recente Netherheaven e da The Outer Ones. L’inizio è affidato a tre autentiche mazzate in volto: “Nihilistic Violence”, “Diabolical Majesty” e la stessa “The Outer Ones”. Purtroppo, proprio sul break centrale da pandemonio di “Diabolical Majesty”, qualcosa non funziona con il connettore del cavo jack che improvvisamente si stacca dietro le quinte e riduce Dave al solo impiego della propria ugola… poco male! Risolto tempestivamente il problema ecco che, come se niente fosse, il biondo americano riprende a suonare in mezzo ad un fraseggio vorticoso facendo trasparire un’eccellenza tecnica che forse mai ha avuto eguali nella storia del nostro genere preferito.

Qualcuno griderà allo scandalo per queste mie parole ma, se non eravate lì o non avete mai assistito ad un concerto dei Revocation, non potete capire a che cosa ci siamo trovati davanti noi fortunati avventori. E poi, quando a metà di “That Which Consumes All Things” mi sono visto puntare da tale divinità, ho avvertito che sarei stato benedetto da una sua lezione: difatti, piede sopra la cassa e Jackson rossa fiammante bene in vista a circa dieci centimetri dal naso mio e di un altro fortunato ragazzo trovatosi al posto giusto nel momento giusto, e via con un assolo che avrei voluto non finisse mai. Sono passati già cinque giorni nel momento in cui sto scrivendo la recensione e ancora non posso togliermi quelle immagini dagli occhi. Grazie, Dio dell’Heavy Metal, di questo dono!

Riassestando la narrazione su lidi meno onirici, possiamo affermare che tutta la formazione, composta dall’AK-47 alle pelli Ash Pearson, Brett Ramberger al basso e il secondo chitarrista (turnista) Noah Young, ha mostrato che il palco è casa loro e che tonnellate di note sono il loro pane quotidiano. D’altronde il quartetto non si prende troppo sul serio e mette in atto una divertente scenetta che vede un grassoccio Belzebù invadere il palco per far firmare al buon Dave un patto per l’ottenimento della sua anima. Storia vecchia come il rock stesso, ma in questo caso assolutamente giustificata: nemmeno Satanasso in persona potrebbe suonare così la chitarra.

E così, dopo un’ora ad altissima tensione musicale (e personalmente anche emotiva), giunge il momento di raffreddare i nostri diabolici spiriti. Nella città felsinea ancora riecheggiava lo stridore dello spettacolo appena concluso, mentre due giovani metallari andavano incontro ad una lunga notte raminga e gelida ma riscaldati a sufficienza dal sacro fuoco del metallo, che mai in essi si estinguerà. Long Live Heavy Metal!!

CREEPING DEATH

  

 

ALLUVIAL

  

      

 

GOATWHORE

             

 

REVOCATION

    

  

 

 

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