SATURNUS – The Storm Within

Titolo: The Storm Within
Autore: Saturnus
Nazione: Danimarca
Genere: Death Doom
Anno: 2023
Etichetta: Prophecy Production

Formazione:

Brian Pomy Hansen: basso
Thomas Akim Grønbæk Jensen: voce
Henrik Glass: batteria
Mika Filborne: tastiere
Indee Rehal-Sagoo: chitarra
Julio Fernandez: chitarra


Tracce:
  1. The Storm Within              11:25
  2. Chasing Ghosts                   11:12
  3. The Calling                          06:59
  4. Even Tide                            07:31
  5. Closing The Circle             09:19
  6. Breathe New Life              05:28
  7. Truth                                    07:23

Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 10.0/10
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Undici anni sono davvero tanto tempo. Troppo tempo…

Ma si sa, il doom è un genere per persone e animi il cui cuore batte lentamente.

Tanto è stato il lasso di tempo lungo il quale i Saturnus sono mancati dalle scene (non contando l’EP dello scorso anno) e le tracce di un gruppo si possono pure perdere in un periodo così lungo.
Stagioni in cui, come spesso accade, ci si perde e in cui le energie e le attenzioni dei membri si possono disperdere in progetti vari oppure anche canalizzare in altro che la vita ci dà (o ci toglie).

Ritroviamo i Saturnus nel 2023, dopo l’ennesimo cambio in una formazione della quale il cantante Thomas Jensen è ora rimasto l’unico dell’originale gruppo di amici che la fondò a Copenhagen. Col solo scudiero nel bassista Brian Hansen, pur se questi ebbe una lunga pausa ad un certo punto.

Questo genere di sconquassi può spezzare, soprattutto se guardiamo soltanto al lato puramente artistico (sul fatto che sia difficile tenere in piedi una zattera in mari agitati non ho bisogno di fare lezioni a nessuno). Ri-cambiare tutta la sezione chitarristica avrebbe potuto essere un passo falso, dopo undici anni di silenzio e con un album che avrebbe inevitabilmente subito le influenze di persone non avevano contribuito a rendere unica la storia del gruppo. Hanno corso un rischio.

E, lo ammetto, “The Calling”, singolo uscito come anticipazione del nuovo lavoro, mi ha lasciato un po’ perplesso.
È un pezzo oggettivamente un po’ più ammiccante, più radiofonico (passatemi il termine, stiamo pur sempre parlando di death doom), più melodico e quasi facilone. Nonostante la parte centrale seduta e riflessiva, dilatata e atmosferica. Ho sùbito pensato che fossimo di fronte a qualcosa di costruito, che pesca a piene mani dal repertorio precedente e cerca di non scontentare nessuno.

Quindi, ricevuto il disco per intero avevo da un lato delle aspettative altissime, perché ritrovatili a dare finalmente un seguito a due pezzi da novanta come Veronica Decides To Die e Saturn In Ascension, e dall’altro smorzate da questo singolo che ha fatto presagire ad un lavoro meno ispirato del dovuto, o comunque non al livello dei suoi predecessori.

E invece no. Invece questo The Storm Within è veramente molto, molto bello.

I lati positivi sono molteplici e, per chi conosce la discografia dei nostri, non ci sarebbe la necessità di dare alcun tipo di indicazione. Il discorso è stato ripreso esattamente dove era stato lasciato undici anni fa, come se un decennio passato nel silenzio, i cambi di formazione, l’energia, l’ispirazione e la voglia fossero rimasti intatti e ci si trovasse ad ascoltare semplicemente un nuovo capitolo della storia dei Saturnus.
Le canzoni sono estremamente dilatate, con introduzioni melodiche e acustiche, parti melliflue dove interviene la tastiera; il basso è comunque sempre presente e gioca un ruolo di sostegno presente e centrale, la tastiera (e soprattutto il pianoforte) gioca le proprie carte ed ammanta tutto con quel tocco di malinconia. Poi ci sono gli intermezzi parlati, e la voce di Thomas con quel timbro suadente racconta le emozioni racchiuse nelle sue parole, inframmezzando il suo growl profondo e gutturale.
Tutto ciò senza scordare da dove provengono: non mancano infatti le parti più pesanti e strazianti, che i nostri propongono magistralmente, con una facilità impressionante.

Inseriscono anche una traccia, “Even Tide”, totalmente di atmosfera e di racconto (come fu per “Call Of The Raven Moon” sul precedente e per “All Alone” sul disco del 2006), in cui la narrazione diventa centrale e la musica è il sottofondo cromatico con cui andare a colorare le immagini che si vengono a formare nella fantasia di chi ascolta.  Un mondo impetuoso e in tempesta – come suggeriscono titolo e copertina – ma riflessivo e che ha anche momenti in cui ci si apre allo schiarire delle nuvole e al mare calmo. A ciò contribuisce, su questa canzone, il cantante dei Novembers Doom Paul Kuhr.

Analizzando a fondo, gli unici appunti che mi sento di fare riguardano un cantato sporco che alla lunga potrebbe risultare un po’ monotono e monocorde, e l’impiego delle già citate parti pulite/parlate/narrate. Se il primo è un peccato veniale, il secondo aspetto potrebbe risultare una soluzione abusata, quasi la pezza da utilizzare quando non si sa dove portare il brano, dove guida il pilota automatico della composizione. Ho l’impressione che sfruttare questa opzione sia parte integrante delle scelte e non solo un mero, facile sbocco.
Ma dipende da quanto vi possa stufare o meno.

Dopo tutto questo scorrere di acqua, i Saturnus ritornano e propongono un lavoro molto sentito, non posticcio e non figlio di un semplice revival delle proprie stesse sonorità e temi.
Propongono il loro death doom melodico, sofferente e malinconico, composto con sapienza e arrangiato con molta classe e savoir faire, però capace di penetrare nelle difese degli ascoltatori più restii. Probabilmente non sarà il disco dell’innovazione o della rivoluzione, ma i detrattori faranno fatica a trovare degli appigli.

Nonostante il panorama si sia infoltito di tanti attori capaci e con personalità, francamente sentivo la mancanza di questi ragazzi, di questa realtà.
Non solo un gradito ritorno bensì un solido rientro dalla porta principale del genere.

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