TEMPLE OF VOID – Summoning The Slayer

Titolo: Summoning The Slayer
Autore: Temple Of Void
Nazione: Stati Uniti d'America
Genere: Death Doom
Anno: 2022
Etichetta: Relapse Records

Formazione:

Brent Satterly Basso
Jason Pearce   Batteria
Alex Awn         Chitarra
Mike Erdody   Voce, Chitarra (traccia 7)
Don Durr         Chitarra


Tracce:
  1. Behind The Eye 05:14
  2. Deathtouch 08:07
  3. Engulfed 07:24
  4. A Sequence Of Rot 05:48
  5. Hex, Curse, & Conjuration 03:51
  6. The Transcending Horror 05:59
  7. Dissolution 03:48

Voto del redattore HMW: 7,5/10
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Questo è uno di quei dischi facilmente derubricabili come uno di quelli che “escono e che non lasciano il segno“.

Ed effettivamente questo rischio c’è.
I ragazzi dei Temple Of Void non si può certo dire che godano di popolarità estrema, specialmente alle nostre latitudini. Arrivati al quarto lavoro però i nostri possono dire di avere maturato una certa esperienza e un certo livello di personalità.
Uscendo poi sotto l’egida della Relapse Records (un’etichetta sempre capace di scovare talenti in giro per il mondo – una volta forse più di oggi, ma comunque non certo gli ultimi arrivati) si è sicuramente già un passo avanti.

In questo contesto inizio l’ascolto di questo Summoning The Slayer, con un po’ di ritardo sull’uscita.

Di primo acchito il quintetto di Detroit propone un death metal con tutti i crismi del caso, armonizzazioni cupe e tetre, voce cavernosa, atmosfere sulfuree. Insomma tutto l’armamentario che servirebbe a nutrire la schiera di demoni che esce dall’inferno. La peculiarità sta però nel fatto che il piede sull’acceleratore viene effettivamente tenuto a bada.

Sono infatti molto compassate le velocità medie dei pezzi, andando veramente a configurare il genere che li etichetta.

A voler ben vedere infatti, siamo ormai troppo assuefatti dalle derive molto gothicheggianti e melodiche che certi gruppi (a partire dal trittico di Albione My Dying Bride– Paradise Lost – Anathema: i veri padri fondatori del genere) hanno assunto, piuttosto che la vera essenza.
Non che manchi la melodia qui ma, come si sente nel singolo Deathtouch, questa è sempre al servizio del maleficio e del fango misto a lava che sgorga dalle viscere dell’inferno.
Se i nomi citati prima, come anche molti altri nati negli anni, hanno ormai preso un po’ la deriva dal death più marcio e primordiale, qui si sente veramente tutto.

A partire anche dalla copertina col mostrone in bella vista, i nostri incarnano in maniera totale e perfetta l’etichetta di ciò che dovrebbe essere il death doom: death metal alla velocità con cui la lava scivola per il cono del vulcano, da cui tracimano le bestie evocate dalla musica.  Con quel senso di condanna senza appello che il doom dovrebbe trasmettere.

Sette canzoni, ognuna con le proprie caratteristiche, in grado di trasmettervi perfettamente queste sensazioni, ma che necessitano di più che di un ascolto distratto per penetrare e colpire nel segno. Lento e cadenzato anche in questa sua nota, un lavoro che si fa apprezzare, adatto a chiunque abbia una connessione forte con il death metal senza fronzoli, ma con un incedere mastodontico.

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