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Recensione scritta da René Urkus
Luigi Soranno è l’ultimo dei romantici del power metal: mentre il genere è in crisi profonda, e sembra funzionare solo nelle sue versioni parodistiche, dance-oriented (non ‘danzerecce’, ma nel senso proprio di ‘infuse di musica dance’), o al massimo militaresche (chi scrive ritiene che i Sabaton e i loro epigoni, in questa orrenda deriva, siano il ‘meno peggio’), propone un symphonic fantasy dai connotati rhapsodyani (ma non solo), lo fa da solo con la sua one-man band Arcane Tales, lo fa da almeno 15 anni e lo fa, di necessità, in barba alle mode e alle tendenze del momento!
Until Where The Northern Lights Reign è addirittura il settimo full-length della sua creatura, e da quello che intendo è sempre legato alla saga fantasy che lo stesso Luigi ha composto. Vediamo allora il dettaglio.
Orchestrazioni pompose e un ritornello davvero indovinato per la opener“One Last Ride”, il tutto nel segno dei primi Rhapsody: peccato soltanto per il suono un po’ ovattato della drum machine, che non è perfettamente amalgamato al resto. Ai più recenti Rhapsody Of Fire (ma sempre all’interno dell’era Lione) fa invece pensare “The Dark Portals Of Agony”, che ammicca in alcuni passaggi all’extreme metal e presenta anche sezioni in screaming, sullo stile, per intenderci, di Reign Of Terror o Aeons Of Raging Darkness.
Un minimo di luce in più (ottimale per una scaletta che si stava incupendo, e a dispetto del titolo del brano) per “Dead Horses Ride From Hell”, mentre l’epica semiballad “We Will Meet Again” è stranamente breve (3’25’’), e si priva così della possibilità di far salire toni ed emozioni, magari con una epica chiusura sinfonica. I ricami sinfonici (ho pensato a tratti ai Fairyland del compianto Philippe Giordana) non mancano invece nella titletrack conclusiva, che supera i nove minuti e vede l’epos del disco raggiungere le proprie vette, per fortuna, come dire, senza strafare, cioè mantenendosi al di qua di barocchismi superflui.
Qualche piccolo difetto in “Until Where The Northern Lights Reign” c’è, ma questo non può condizionare più di tanto il giudizio complessivo, che va anche al coraggio di un metalhead solitario, un Ultimo dei Mohicani che non vuole ammainare la bandiera di un genere un tempo glorioso.



