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Recensione scritta da René Urkus.
Per uno della vecchia guardia del power metal come il sottoscritto, il sesto album degli Hammer King è un ottimo case study per fare un ragionamento sullo stato di salute del genere. Spero che il pubblico pagante mi concederà qualche lungaggine.
Partiamo da questo dato: in giro ho letto diverse recensioni di König Und Kaiser che andavano dal devoto all’entusiasta. Così, quando mi sono accostato al disco, pur memore che Kingdemonium (2022) non mi aveva affatto entusiasmato e che il mio preferito resta ancora il debutto Kingdom Of The Hammer King, ho pensato che i simpatici tedeschi potevano aver compiuto un buon salto di qualità.
Ho ascoltato con attenzione König Und Kaiser diverse volte prima di scrivere queste righe, per essere certo di avere un giudizio meditato: questo disco si difende bene, è ben scritto e suonato, è solido e a tratti pure coinvolgente… ma a parere di chi scrive non ha assolutamente nulla che lo faccia svettare sulle altre uscite di genere. Cioè: ha il merito di non umiliarsi con le tendenze pop-synth-disco che Alestorm, Battle Beast, Beast In Black e ora pure i Dragonforce hanno diffuso nel power metal, rendendolo qualcosa di orripilante e indecente. Se non precipitare nell’abisso è un merito, allora König Und Kaiser è un OTTIMO disco; ma in cifra assoluta siamo nella media – pure buona, ma sempre nella media – del power teutonico, e (opinione personale del recensore, si intende) chi crede che questo sia un capolavoro (o quasi) evidentemente ha iniziato ad ascoltare questo genere nel 2018, quando i grandi se ne erano tutti andati, o erano stanchi, o i succitati Alestorm avevano già deciso che facevano più soldi prendendosi in giro che incidendo ottimi dischi come Black Sails At Midnight.
Dopo questa tirata da old grumpy man – ma perdonatemi, qualcuno dovrà pur dire queste cose! – veniamo a una analisi del disco.
Hailed By The Hammer mi sembra situarsi alla confluenza perfetta fra quello che facevano i Dream Evil (per l’aggressività e la compattezza del sound) e quello che oggi fanno gli Hammerfall (per il ritornello melodico e la voce di Titan Fox V, veramente simile, in alcuni frangenti, a quella del buon Joacim Cans). Arrembante, ma molto canonica, “The Devil Will I Do”; la titletrack, nella quale interviene anche Georg Neuhauser dei Serenity, lancia nel mucchio qualche atmosfera e qualche tastiera à la Sabaton, con buoni ma derivativi risultati. In quest’ottica, Future King è veramente troppo, troppo hammerfalliana… quando sembra (quasi) tutto perduto, i nostri si risollevano con una seconda parte della tracklist più variegata e ispirata. “War Hammer”, con le sue sirene da guerra, ha quantomeno una energia devastante; “Kings Of Arabia” non sarà il massimo dell’originalità, ma con i suoi fraseggi orientaleggianti varia un po’ le carte in tavola. La regular edition (l’unica messa a disposizione per la recensione) si chiude poi con i sette minuti e rotti di “Gates Of Atlantia”, che si gioca forse il refrain più melodico, qualche coro evocativo e un assolo più lungo. Dulcis in fundo, a compensare qualche momento di piattezza creativa.
Tiriamo le somme: pur ripetendo ‘King’ MOLTE più volte di quanto non sia accettabile, gli Hammer King si tengono al di qua del ridicolo, e sfornano un disco compatto di heavy/power mitteleuropeo. Nulla di più e nulla di meno. Se vi va, accomodatevi – sia chiaro che io lo prendo, perché la scena si sostiene e i nostri sono genuini artigiani del metallo vero. Ma voliamo alla giusta altezza, vi prego, con voti e giudizi.



