AC/DC – Power Up Tour


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AC/DC – Power Up Tour

RCF Arena – Reggio Emilia

25.05.2024

 

 

 

 

 

Se il mio viaggio per raggiungere la RCF arena di Reggio Emilia comincia male con un contrattempo per fortuna risolto in corsa, lo stesso non si può dire per il ritorno, dove al termine dello spettacolo riprendo la strada di casa con soddisfazione ed entusiasmo per aver assistito ad uno spettacolo adrenalinico e oserei dire epico. Il mio primo pensiero è filosofico perché ciò che mi viene in mente è questa frase: vivere il momento. Sì, proprio così, per molti potrebbe essere una frase scontata o stupida, ma vi assicuro che è quello che hanno pensato anche i superstiti membri degli AC/DC quando hanno deciso di intraprendere questo lungo tour europeo dopo le varie vicissitudini passate di recente. Basti pensare a Brian Jonhson che, nel 2016, deve temporaneamente abbandonare i compagni a causa di un disturbo all’udito che gli impedisce di esibirsi come sa, venendo sostituito momentaneamente nei live dall’indesiderato Axel Rose dei Guns And Roses. Nello stesso anno il bassista Cliff Williams abbandona il gruppo, decidendo di ritirarsi dalle scene musicali. Poi purtroppo muore Malcolm Young malato da tempo e da quel momento parte una lunga pausa che fa pensare ad uno scioglimento dei canguri australiani. Il fondatore Angus Young non demorde e a sorpresa pubblica a novembre del 2020 il buon e ruggente Power Up recuperando Johnson, Williams e Rudd riaccendendo così l’entusiasmo dei fan sparsi in tutto il globo terrestre. Per celebrare i 50 anni di attività il veterano Angus Young è ancora qui in mezzo ai suoi diavoletti, così come l’amico Brian Johnson che sembra aver risolto la sua debilitante perdita dell’udito. È questo è ciò che conta per i fan in questo atteso tour intitolato PWR/UP, che vede la RCF arena di Reggio Emila ancora protagonista di un grandissimo evento capace di portare sotto il palco ben 103000 spettatori. E scusate se è poco! Numeri pazzeschi per un concerto heavy metal in Italia, dove i biglietti disponibili, peraltro molto cari, sono stati polverizzati nel giro di poche ore. Insomma, qualcosa di incredibile e non riproponibile in altre parti dello stivale anche se un’ora prima dell’esibizione lampi e tuoni minacciano in lontananza l’evento facendo preoccupare non poco i presenti sdraiati sui prati. Gli americani The Pretty Reckless hanno l’arduo compito di intrattenere gli spettatori prima dei leggendari AC/DC e adempiono al difficile compito offrendo un hard rock diretto e senza fronzoli, ricco di elementi grunge, grazie anche alla brava e sensuale cantante e modella Taylor Momsen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il destino è però a favore del pubblico e della band di Sydney perché, dopo qualche minuto, un leggero venticello porta via le nuvole che permettono ad un tiepido sole di fare capolino riscaldando le anime e i cuori di chi attende da mesi e con ansia quest’occasione. Il tutto sotto la cornice di un arcobaleno sbucato improvvisamente in lontananza e disturbato visivamente e sonoramente solo da un elicottero bianco della Polizia che sorvola le nostre teste facendo avanti e indietro per vegliare sulla sicurezza di tutti. Qualcosa nell’organizzazione generale dell’evento va sicuramente limata. Non fraintendetemi perché’ nel complesso la Barley Arts lavora benissimo e in modo professionale non trascurando nessun dettaglio. Dagli ingressi, alle uscite, ai controlli, ai punti di ristoro e alle aree per disabili tutto funziona correttamente e non si notano criticità particolari. Le uniche note stonate sono i prezzi alti delle bevande e del cibo che in un certo senso si possono anche comprendere visti i tempi che stiamo vivendo ma sui gadget della band si esagera non poco e la cosa dà fastidio soprattutto per chi non naviga nell’oro e per venire ad un concerto fa sacrifici economici non indifferenti. Per fortuna l’alternativa c’è e si chiama: shopping on line; sicuramente più conveniente degli stand allestiti al Campo volo. Comunque quello che in generale ha dato più fastidio è stato il deflusso, non del pubblico, avvenuto facilmente e velocemente, ma delle auto e dei pullman posteggiati nei tanti parcheggi a pagamento dell’area. Aspettare più di due ore in macchina dopo la fine dello show è stato veramente snervante e pesante considerando l’ora tarda, la stanchezza e il costo sproporzionato della sosta. A parte queste piccole note stonate quello che conta è la musica e gli irriverenti e graffianti AC/DC non si sono certo risparmiati cercando di dare il meglio già da subito con l’iniziale “I Want Your Blood (You’ve Got It)” in cui il titubante Brian entra in scena battendosi il petto ricordando a tutti come lui ami la nostra terra per via delle sue origini italiane. Purtroppo a livello vocale non comincia con il verso giusto perché la sua ugola sembra timorosa e non riscaldata a dovere per affrontare un percorso sonoro e serale così lungo. Sono le 20 e 45 in punto quando si aprono le danze e le luci si spengono, A questo punto i giganti maxi schermi, che si estendono sul palco prendono vita. Un introduttivo video animato mostra un hotrod rosso fiammante, rumoreggiare e sfrecciare come un fulmine su un’autostrada infuocata che porta dritti al concerto di Reggio Emilia e poi direttamente agli inferi. Sul cofano di questo bolide si nota un ornamento raffigurante Angus Young con la chitarra e il braccio destro alzato in segno di vittoria. Si ode anche il fragore della folla mentre l’auto si ferma in un’area virtuale del backstage emiliano e poi… gli AC/DC appaiono lentamente camminando sul gigantesco palcoscenico allestito per l’occasione, come se niente fosse circondati da un clima di festa e di delirio collettivo. Un muro di suoni entra nei timpani della gente inondando di decibel tutta l’arena che si muove ormai al ritmo della canzone per un puro godimento che non ha eguali.

Il mitico Johnson, con la sua inseparabile coppola in testa, si rifà appena qualche minuto dopo in “Back In Black” spiccicando, prima di iniziare l’esibizione, alcune parole in italiano: Ciao a tutti come state? Dopo Bologna e Imola siamo qui a Reggio Emilia. Il frontman continua poi il suo chiacchierio ma in inglese, invitando i presenti a divertirsi con loro. Qui raggiungiamo l’apoteosi con applausi all’unisono, saltelli e grida tipici di una importante partita di calcio dove i sostenitori cominciano a tifare i propri beniamini dal primo all’ultimo minuto. Ma qui nell’arena siamo tutti fratelli e amici, uniti ad ammirare e ad acclamare in un’unica direzione i nostri beniamini capaci di suscitare molteplici emozioni. La musica di questi veterani rockers lega chiunque senza distinzione di età (colpisce la presenza di tantissimi bambini e di altrettanti adolescenti), di provenienza, di religione, di orientamento sessuale e di politica. Tornando alla musica, la scaletta è quasi la stessa presentata qualche giorno prima in Germania ma ahimè con tre song in meno: “Givin The Dog A Bone”, “Dog Eat Dog” e “Hell Ain’t A Bad Place To Be” che non essendo dei pezzi eccelsi non si notano affatto come mancanti, data anche la tanta carne al fuoco di stasera, per più di due ore di concerto. La prima parte della set list è lo sfoggio di classici moderni, come la mitica e coinvolgente “Thunderstruck”, capace di non lasciare prigionieri intorno a sé per via della sua forza sonora e allo stesso tempo melodica e coinvolgente. Idem per le più recenti: “The Rock And Roll Train”, “Shot In The Dark” e “Demon Eyes”, estrapolate proprio dall’ultimo album in studio e ricche di quel mix tra hard rock classico e venature blues di cui questi leggendari artisti sono maestri. Probabilmente, in questa prima fase, la vetta si raggiunge con la cadenzata e armonica “Shoot To Thrill”, cantata in verità un po’ sottotono da Brian ma rivitalizzata dallo scatenato Angus che fa avanti e indietro con il suo classico passettino da scolaretto monello e irrequieto.

 

L’abbigliamento del guitar hero è sempre lo stesso con la sua classica divisa da collegiale, la chitarra a tracolla, il berretto verde, la cravatta e i pantaloni al ginocchio. Praticamente una vera e propria icona vivente che nonostante l’età anagrafica continua imperterrito a macinare chilometri con le sue corsette e i suoi inconfondibili salti. Un fiume di corna rosse luminose accende poi l’atmosfera bollente del live saltando e ballando non appena partono le note della sinistra e accattivante, “Hells Bells”, pezzo ritmato dedicato allo scomparso Bon Scott caratterizzato dalla discesa sul palcoscenico della gigante e famosa campana degli AC/DC, che per decenni li accompagna sui palchi di tutto il mondo. A questo punto, accecato da tanta bellezza e bombardato dalle loro robuste note penso alle critiche rivolte negli anni passati dalla stampa e dai media in genere, in verità e per fortuna poche, che li hanno spesso denigrati a livello compositivo. Si è sempre detto che le loro canzoni sono praticamente tutte uguali da un punto di vista armonico e compositivo per l’utilizzo sempre di tre accordi. Addirittura, si è anche affermato che la loro musica si può definire come – un jack attaccato ad una cassa 4×12 e con il volume della chitarra sparato al massimo. Naturalmente questi sono giudizi superficiali di incompetenti perché sentendo e studiando Angus nelle sue performance si vede e si sente un ampio utilizzo dinamico del suo pickup con un distorto modulato grazie al suo magico tocco, a volte liscio o affilato. Per non parlare dell’impiego mai ripetitivo e sempre musicale delle scale pentatoniche e di una tecnica spaventosa nell’uso della mano destra, con le dita e il plettro. Questi pensieri svaniscono subito perché sostituiti dalla bellezza delle loro canzoni e dalla consapevolezza di come, tra un brano e l’altro, riescano a rifiatare per qualche minuto aiutandosi a vicenda per sorprendere positivamente chi è venuto a vederli anche per la prima volta. Quindi oltre ai virtuosismi c’è anche forza e solidarietà che i cinque si trasmettono a vicenda.  Se Angus e Brian sono quelli che sudano di più per via della loro dinamicità, gli altri tre membri rimangono impalati e tutti vicini come se stessero svolgendo il classico compitino da turnista senza infamia e senza lode. In verità Matt Laug suona benissimo e stando dietro le pelli non ha tanti margini di movimento. Steve è ormai un elemento effettivo con la sua amata chitarra ritmica, mentre il concentratissimo e imperturbabile Chris Chaney suona da poco con il combo e si limita a seguire attentamente i suoi compagni senza alcuna sbavatura. La seconda metà dello show ribalta il copione, concentrandosi sugli anni di Bon Scott offrendo così alla marea umana di metalheads brani come: “Sin City”, la settantiana super orecchiabile “Dirty Deeds Done Dirt Cheap”, dove il vocalist passa per pochi minuti il microfono all’amico Angus, la pungente “High Voltage”, la sensuale “Whole Lotta Rosie” e la scoppiettante TNT… Certo, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia se si pensa, a parte l’eccezione della campana gigante o dei cannoni che sparano a salve nella conclusiva “For Those About To Rock (We Salute You), come i fisici oggetti di scena del passato siano stati messi ormai da parte a discapito di digitali immagini visive come le scariche elettriche o le fiamme virtuali che arricchiscono i maxi schermi dando sinceramente l’impressione di trovarci veramente in una valle infernale. Probabilmente con la mitica e super orecchiabile “Highway To Hell” il calore e le fiamme aumentano di intensità portando lo studente Angus a completare lo striptease intrapreso in precedenza ma sempre mettendo al primo posto l’attenzione e la concretezza nel suono della sua Gibson SG. Indubbiamente è ancora il più grande chitarrista della storia del metal e lo dimostra quando, per far riposare Brian Johnson, durante “Let It Be Rock”, si esibisce in un assolo chitarristico di circa dieci minuti correndo a destra e manca ed a passo di papera, mettendo le mani sulle orecchie in cerca di approvazione o buttandosi a terra e rialzandosi con la sua fedele sei corde senza perdere una nota. I lunghi e disordinati capelli bianchi fanno impressione anche da lontano ma quello che veramente colpisce è la grinta e la forza fisica che mette in campo mentre dal palcoscenico vengono sparati migliaia e migliaia di coriandoli colorati con inciso il nome della band. Il live si conclude con la mitica “For Those About To Rock (We Salute You”) arricchita dal suono assordante di sei giganteschi cannoni che esplodono cannonate dalla cima degli amplificatori Marshall posizionati dietro la band. L’artiglieria pesante degli aussis non finisce qua perché i fuochi pirotecnici illuminano nel finale del pezzo il cielo di Reggio e di tutta l’Emilia Romagna in segno di ringraziamento per l’ospitalità e l’accoglienza ricevuta dopo tanti anni di assenza. Fire! Fire! Urla Brian alla fine della song, con i cannoni che continuano a sparare insieme allo scoppiettio dei fuochi d’artificio, avvolgendo gli sbalorditi sostenitori di nuvole bianche e colorate che illuminano le tenebre di questa conclusiva giornata. Il tempo sembra essersi fermato e girandomi verso i miei amici vedo sui loro visi sorrisi e una felicità indescrivibile come se i pensieri e i problemi quotidiani fossero improvvisamente svaniti. Rimaniamo impietriti e consapevoli di aver assistito ad uno dei migliori spettacoli dal vivo della nostra vita nonostante tutti i dubbi della vigilia sulla tenuta dei musicisti australiani. La cosa strana è che questa adrenalina continua a persistere anche a distanza di giorni come se Angus e company ci avessero ipnotizzato con il loro immortale ed elettrizzante hard rock che non passa mai di moda. Questo è il ritorno che pochi si aspettavano ma che i centomila del Campovolo volevano!!

Fotografie di Max Incerti Guidotti!

 

 

 

01. If You Want Blood (You’ve Got It)

02. Back in Black

03. Demon Fire

04. Shot Down in Flames

05. Thunderstruck

06. Have a Drink on Me

07. Hells Bells

08. Shot in the Dark

09. Stiff Upper Lip

10. Shoot to Thrill

11. Sin City

12. Rock ‘n’ Roll Train

13. Dirty Deeds Done Dirt Cheap

14. High Voltage

15. Riff Raff

16. You Shook Me All Night Long

17. Highway to Hell

18. Whole Lotta Rosie

19. Let There Be Rock

20. T.N.T.

21. For Those About to Rock (We Salute You)

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