SKUNK ANANSIE – 8 luglio 2025 – Auditorium Parco della Musica, Roma


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Stasera ci sono gli Skunk Anansie nel nido di cemento della cavea. Una ri-consacrazione quasi scontata perché qui a Roma sono di casa da 31 (!) anni. Ma ciò nonostante ben meritata.

A giudicare dagli enormi aculei, sparsi ovunque sull’elegante palco, e dalla carica della selezione di brani registrati di “riscaldamento”, non ci andranno giù leggeri. Infatti cala il poker classico chitarra-basso-batteria-voce formato rispettivamente da Ace (appunto), Cass, Mark Richardson e poi l’asso di cuori, Skin. Entra con la sua nota furia intensa e gioiosa, ruffianissima ma onesta con un pubblico (preparatissimo) che dirà poi di amare più di ogni altro e che ricambia molto volentieri. La cavea diventa un bollente pentolone di carni non più giovanissime ma che, come la protagonista, hanno un surplus di energie da investire in balli e canti. E in rabbia gridata di buoni propositi.

E se apriamo, così sul sicuro, con “Charlie Big Potato” poi dove andiamo a finire??? Ma a questa esecuzione potente ed impeccabile segue una convincente sequenza di nuove vibrazioni (“The Painful Truth” è l’album appena arrivato) e di radici riscoperte, più ruvidamente rock classico e punk. Tra le novità spicca subito “An Artist Is An Artist”, il manifesto tagliente di chi invecchia, ma non può che essere sé stesso e valido nella sua irriverenza coraggiosa, per non temere il giudizio e per cambiare qualcosa gridando la propria esperienza. Un autoritratto toccante di una vera poetessa e inimitabile cantante. A prima vista sembra pantera, ma è anche sirena, sia d’allarme che di Ulisse, poi usignolo anabolizzato, infine Anansi, l’umano-ragno della mitologia ghanese, eroico e trasformista. Ha un timbro più stridulo del previsto, ma la sua dinamica è francamente strabiliante. È scatenata, coinvolta e contagiosa, nel corpo, nella voce e nelle idee.

Di contrasto, i tre strumentisti sono molto statici e raramente spiccano. Sono in realtà molto concentrati nel creare il tappeto elastico di note per la voce acrobatica. Il suono è un bell’impasto, rotondo e saporito, ma con nessuno degli ingredienti che si distingue particolarmente, a parte un tom invadente (ma all’acustica della cavea bisogna abituarsi). I brani hanno purtroppo una certa timidezza a scollarsi dalle versioni incise, ma qualche sorpresa ci verrà riservata.

Ripercorrendo a balzi la scaletta si incontra presto la militanza di questo collettivo. “I Believed in You” risuona violenta di delusioni ricevute dalla società, raccontata però come una persona traditrice. Forse non è un caso che poi ci venga offerta una lente d’ingrandimento sulle vite rotte e sugli (auto)tradimenti di persone comuni, in una intensa “Love Someone Else”. Le opinioni chiare continuano e si rivolgono a chi si professa cristiano ma si accanisce sui vulnerabili, aborrono il genocidio e le discriminazioni, affermano che tutti meritano un posto al mondo. Avverto il dolore nel ritornello perfettamente intonato di “Shame”, altra novità, che è teso diritto come filo spinato, ma con quelle volute spine regolarmente distanziate che fanno uscire il sangue.

Ancora una dose di racconti di amori dolorosi e poi ricomincia la rivoluzione iniziata negli anni ‘90. Con “I Can Dream” il Clit-Rock degli Skunk si scioglie con il metallo. C’è un “piccolo spazio pubblicità” per evidenziare nuove sonorità ipnotiche con “Animal”. A tratti l’uso di basi ed effetti è stucchevole ma fa parte del tornado sonoro che ormai è all’apice con “Yes It’s Fucking Political” e la posh-punk “Tear The Place Up”, e torna rauca la lotta di classe.

Menzione speciale per le luci spettacolari che diventano a pieno diritto il quarto strumento sul palco.

Si concede un ricco bis, con una allerta per l’imminente ballata strappacuore sulle prime note impeccabili di “Secretly” e poco dopo agli AC/DC sono fischiate le orecchie, ed anche a noi increduli con una infiammatissima “Highway To Hell”. Ultimi graffi rabbiosi della primordiale “Little Baby Swastikkka” (devo darle il mio voto come “player of the match”!) e di nuovo cambio d’umore con l’ammaliante e moderna “Lost And Found”. Passato e presente di questa band inconfondibile non hanno paura di guardarsi negli occhi.

Ma non ci lasciano così, infatti non ci vogliono lasciare proprio! Qualcuno infila la cassetta con i Blondie nel registratore e questa ghenga con qualche chilo in più ballonzola allegra sul palco, per lunghi minuti, come se fosse nel parchetto dietro la scuola londinese in una rara giornata di sole. Passione giovanile, saggezza popolare.

Tra un canto e l’altro la sacerdotessa Skin ha camminato sulle acque del pubblico (grazie a uno “strong man” scatenatissimo), per poi aprirle e tuffarcisi in mezzo. Ha fermato una minuscola guerra in atto, ha soccorso gli afflitti dalla bassa pressione, ha ristorato gli assetati ed ha parlato con le voci divine (gli AC/DC, ovviamente). Forse abbiamo trovato la messia di tutto ciò che non si racconta al catechismo, amore universale a parte…

SCALETTA

  1. Charlie Big Potato
  2. Because of You
  3. An Artist Is an Artist
  4. I Believed in You
  5. Love Someone Else
  6. God Loves Only You
  7. Hedonism (Just Because You Feel Good)
  8. Shame
  9. You’ll Follow Me Down
  10. Weak
  11. I Can Dream
  12. Twisted (Everyday Hurts)
  13. Animal
  14. Yes It’s Fucking Political
  15. Tear the Place Up

—— PAUSA ——

  1. Secretly
  2. Cheers
  3. Highway to Hell (AC/DC cover)
  4. Little Baby Swastikkka
  5. Lost and Found

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