ROSKILDE 2025- Parte 1 – Cronache di due metallari fuori posto – Electric Callboy, Kumo99, Amenra, Bela, HorsegiirL


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A Roskilde la musica è una conseguenza

Senza prenderci sul serio, vi racconteremo questa conclusione.

 

Prefazione

Lunedì 7 luglio. Notte. Ricevo un messaggio da Davide: «Questo è il testo che non riesci a scrivere».

Apro il file e non riesco a smettere di leggere. Davide è in flow writing. L’adrenalinico eccitamento si è trasformato in hyperfocusing nella mente del compagno di avventure. Più un allucinato William S. Burroughs che Jack Kerouac.
Mi impossesso della prima persona narrante, onnisciente nell’utilizzare il testo di Davide.

 

Cronache di due metallari fuori posto

Parte 1 – 2 luglio 2025

 

Prologo: Impostori Mascherati

Supermercato Netto di Roskilde. Davide passa 3 bottiglie di rum, 2 scatole di paracetamolo e alcuni cartoni di latte al cioccolato.

Olivia Rodrigo, Charli XCX, Tyla, la lineup stampata su un volantino ammaccato.

 

Volantino di Roskilde 2025, per fortuna i “many more to come” non hanno deluso

 

“Questo festival sarà duro da descrivere per un webzine metal, al massimo salteranno fuori due articoletti su Nine Inch Nails e Witch Club Satan”, mormoro dubbioso. “Siamo due vecchi metallari in un festival pop da ragazzini, è come essere vegetariani a una grigliata texana” risponde Davide con filosofica rassegnazione. Ci siamo anche persi i Deftones, a causa della nostra proletaria necessitá di lavorare.

Lo guardo con diffidenza, schiaccio la busta di plastica nello zaino facendo spazio tra la tenda e un sottile tappetino da yoga. Davide mi guarda, pare seccato, ma sta soppesando se rivelare il rimpianto che lo sta consumando:

— Mi brucia dentro dal 1994, quando all’ultimo momento non potei andare a vedere i Nirvana dicendo “pazienza, ci andrò la prossima volta”. Ecco, la prossima volta non c’è mai stata. —

 

Scopriamo le carte: il Roskilde Festival non è solo musica — è antropologia sociale danese, è un esperimento di convivenza dove 130.000 persone trasformano una cittadina sonnolenta in una repubblica temporanea per una settimana. Noi siamo qui per l’esperimento sociale.

 

Alla conquista dell’Orange County


Zaini pieni, tende, bottiglie: vaghiamo cercando uno spazio dove campeggiare.
Il press camp — noioso. Il campo pulito — tutto esaurito. Dream City — impossibile trovare spazio.
Passo dopo passo ci addentriamo nei sobborghi studenteschi del campeggio est.
Piantiamo la tenda nel settore N, Loud’n’Dirty, tra un accampamento di studenti danesi ubriachi e un gruppo di giovani maturandi che hanno costruito un bar abusivo con tanto di spillatrice artigianale.
Calciamo a lato bottiglie e cartacce della sera prima. Piazzola trovata.

 

Crisalidi


Nei bozzoli idrorepellenti delle nostre tende avviene metamorfosi.
Davide diventa Don Laido, prete dissoluto ma con l’aria del confessore compiacente.
Stefano si trasforma in Suor Farcita, monaca impenitente dal velo strappato dalle metal avventure. È il nostro tributo al Maestro Granfranco Baffato (intervistato QUI), che salutiamo con reverenza alcolica.

Rum e cacao-latte alla mano, ci avviamo verso i concerti, ma la processione coglie l’interesse dei fedeli. Gli studenti ci invitano nei loro accampamenti, offrendoci giri di alcolici in cambio di benedizioni improvvisate e selfie.
“Che il metal sia con voi”, proclama Don Laido mentre benedice da una lattina di Tuborg.
Le indulgenze alcoliche sono raccolte meticolosamente mentre percorriamo il chilometro scarso che ci separa dal primo concerto nell’imbarazzante tempo di 3 ore e 30 minuti.

 

Don Laido e i fedeli


Samaritani zozzi e orgogliosi, elemosiniamo bevande in cambio di spettacoli buffoneschi.

Lutero lo abbiamo fatto fallire in una sera.

 

Kumo 99 

Rottamazione Sonora

Ore 22:30. Siamo pronti per il nostro primo concerto.
“Post-national, apocalypse-adjacent, lo-tech love songs for the digital native” — così si autodefiniscono sul loro Bandcamp.
Tradotto: un jungle-rave in un film di Mad Max, breakbeat violenti che ti massacrano i timpani mentre la vocalist Ami Komai urla in giapponese tutta la rabbia a lungo repressa.


Davide, in piena estasi etilica, si dimena nel pit: “È techno-hardcore per metallari in crisi esistenziale!”. Ha ragione. È musica per quando ti rendi conto che il futuro è già qui e fa schifo, ma almeno puoi ballare sulla fine del mondo.
Il producer Nate Donmoyer (ex Ninja Tune, ha lavorato con The Weeknd) costruisce muri sonori che crollano e si ricostruiscono in loop infiniti. È violenza ritmica pura, è quello che accadrebbe se i Napalm Death decidessero di fare un rave in una discarica di PlayStation rotte. 

 

Piccolo spazio
Per necessità editoriali, faccio uno strappo temporale e vi anticipo il concerto degli Electric Callboy, che si terrà il giorno seguente. Lo faccio per voi, così avete un po’ di pseudo-metal in questo altrimenti inutile articolo.
Nel frattempo vado a cercare cibo spugnoso e salato.

 

Electric Callboy

Il German Sleeze

Se pensavate che i tedeschi fossero tutti precisione e serietà, gli Electric Callboy sono qui per smentirvi violentemente.

È metal après-ski, è techno con le bretelle, è schlager con i breakdown. È il suono della Germania che ha deciso di non prendersi più sul serio e ha scoperto che così funziona meglio.
“PUMP IT!” urla Nico Sallach mentre l’Arena si trasforma in un inferno di coriandoli, fiamme e frenesia collettiva. Kevin Ratajczak saltella come un elfo techno imbottito di Red Bull, e il pubblico danese risponde con un entusiasmo che neanche all’Oktoberfest.

 

Electric Callboy a Roskilde 2025


La sorpresa della serata: il batterista degli ex-Sum 41 che attacca “Still Waiting”. Don Laido quasi piange: “È nostalgia punk servita con contorno di pirotecnica tedesca!”
Non è il loro show più raffinato — manca quel flow che avevano al Copenhell — ma quando hai musicisti così coinvolti, tanto fuoco e un pubblico pronto alla festa, basta salire sul Tekkno-treno e lasciarsi travolgere.

 

Electric Callboy a Roskilde 2025


“We Got The Moves” chiude tutto in un’esplosione di sudore, sorrisi e pioggia estiva. Usciamo fradici ma felici, con i coriandoli ancora nei capelli e il fuoco nel cuore.

Ma questo sarà domani. Ora torniamo ai confusi ecclesiastici posticci.

 

Electric Callboy a Roskilde 2025

 

AMENRA

Stonehenge elettrificato

Ai rintocchi della mezzanotte il palco Gaia è immerso in una nebbia artificiale che sembra uscita direttamente da un episodio di “I Misteri di Stonehenge”. I belgi degli Amenra salgono sul palco come druidi dell’apocalisse moderna, con Colin H. van Eeckhout che impugna il microfono come fosse uno scettro osseo. 


Glli Amenra non sono semplice post-metal. Sono 25 anni di evoluzione sonora compressi in rituali che ti portano direttamente nell’aldilà senza passare dal via. “De Doorn” del 2021 sembrava già un testamento, ma i nuovi EP “With Fang and Claw” e “De Toorn” dimostrano che questi belgi hanno ancora molto veleno da sputare.

 


Van Eeckhout non canta, invoca. La sua voce si alza dalle profondità della terra danese, mentre i riff sludgy si trascinano come lava che scorre lenta ma inesorabile. Don Laido, in preda a un’epifania da sidro biologico, sbraita: “È come ascoltare la Terra che piange per tutti i peccati dell’umanità.” Annuisco ondeggiando: “È doom che ti cura l’anima ferendola”. È post-metal che ti riconcilia con il fatto che tutto finisce, e va bene così.


Corollario: ho vaghi ricordi di questo show risalenti solo ai primi 10 minuti. Quando chiesi a Davide se era veramente successo, lui si limitò a rispondermi: “Il Cacao-Latte era bello carico di Rum”. Per fortuna, il prossimo show, Bela, è stato l’equivalente di una doccia ghiacciata.

 

BELA

La Disperazione Elettronica


Se gli Amenra erano terapia per l’anima, Bela è elettroshock per la psiche.
La DJ e producer sudcoreana sale sul palco del Gloria come un’entità aliena che ha studiato l’umanità attraverso YouTube e ha deciso di restituirci tutto il dolore in formato dance. “Noise and Cries 굉음과 울음 non è solo il titolo del suo album: è una promessa mantenuta.

 


Extreme metal,  industrial, elettronica: tutto frullato in un frappè di disperazione che ti fa ondeggiare mentre piangi. I suoi set sono come essere in un club berlinese durante una crisi esistenziale collettiva, il beat disperato e growl gutturali che ti sminuzzano l’inconscio. È musica per piangere a ritmo di 140 BPM. Don Laido cerca di esorcizzare il mixer con una benedizione dalla bottiglia di sidro. Un rivolo giallastro cade sui suoi piedi, ma la sua mente vaga: è lì, sul palco.


Il pubblico danese si muove in modo strano é un rave funebre. È Roskilde che abbraccia il lato oscuro della clubbing culture, dove puoi essere felice di essere triste e ballare sulla tua rovina personale. Terrorizzati.
Se non temi che un domani potrebbe anche non esserci, non è Berlino.

 

HorsegiirL

Razza Equina


Ore 2, la notte si fa pelosamente equina. 

Entriamo da sbruffoni nel corridoio dei fotografi, ancora nei sozzi costumi clericali. La security ride, gli altri fotografi ci guardano malissimo. Faccia di gesso, li spiazziamo imbonendoci il pubblico delle prime file. Don Laido diventa la mascotte Billy Buffalo al Superbowl, io interpreto la rave culture anni ’90 agitando la tonaca con un Melbourne Shuffle senza senso.

HorseGiirL sale sul palco dell’Eos con la sua maschera da cavallo surreale e l’energia di mille pony iperattivi. “Welcome to the farm, did you know there are more than 350 breeds of horses in the world, I’m one of them!”.

 

HorsegiirL a Roaskilde 2025


È happy hardcore, è hardstyle, è gabber, è eurodance — tutto mischiato in una ricetta che ha il sapore di Red Bull e la consistenza di un sogno febbrile. “My Barn My Rules” esplode come un inno alla liberazione equina, mentre il pubblico si trasforma in una mandria di “farmies” in delirio.
Don Laido, ormai completamente conquistato dall’esperienza, grida: “È Dolly Parton che ha cavalcato il Little White Pony fino alla techno!”. Non poteva riassumere meglio. Sorrido imbambolato fissando sugli schermi cavalli galoppare verso il tramonto in sincrono con il beat accelerato.

HorseGiirL crea un universo parallelo dove essere mezzi cavalli e mezzi umani è non solo accettabile, ma desiderabile. Il suo show “Hayfever” trasforma l’Eos in una stalla cosmica dove tutti possiamo galoppare verso l’alba danese con i muscoli che bruciano e il cuore che esplode di gioia pura.

 

HorsegiirL


Alle 3:30, mentre torniamo al nostro accampamento tra svedesi comatosi e tedeschi che continuano a spillare birra artigianale, io e Don Laido ci guardiamo negli occhi. “Facciamo schifo ma HorsegiirL ha vinto”, dichiara Davide con la solennità di chi ha appena assistito a un’epifania dopo una notte al Number One (senza piramide, a Roskilde non è permesso).
“Concordo”, risponde Laido fissando un punto lontano. “Questa cavalla aliena ci ha cambiato la giornata”, o forse è stata la benedizione beverina del Maestro Baffato?

 

LINK agli altri giorni

Parte 2

Parte 3

 

Crediti e ringraziamenti

Scrittura:  Davide Bonavida

Foto & Editing:  Stefano_c_o

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