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Prologo
Dormire due notti su un sottile materassino lo ricordavo più comodo. Nel dormiveglia mattutino sento passi fuori dalla tenda. Rotolo fuori. Davide è già sveglio, 7:30, strano. Mugugna, si trascina zombificato per la piazzola tra i rifiuti. Non commento. Negli ultimi giorni il Buddy è stato stranamente ansioso, puntuale e mattiniero. Adrenalina? FOMO ´94? Dolori alla schiena?
Doccia, colazione, qualche tazza di caffè caldo portato all’accampamento. Ancora piove a intermittenza, tanto vale oziare pigramente fino al pomeriggio.
ROSKILDE 2025 – Parte 3: Riconciliazione
4 luglio 2025
Con la pacata semplicità dei turisti tedeschi a Riva del Garda, si gironzola tra i palchi come tra i baracchini della Sagra degli Osei. Qualche saltello con la samba dei Charangata Do Franca, un trenino da festa di paese.
Anohni and The Johnsons
Roskilde Soul
Non so come scrivere questa parte, perciò distillo cinque righe e le abbandono.
Una disarmante fragilità che suona di soul, di jazz e la poesia stessa.
La profondità della sensibilità umana in musica che si fonde e trascende il suono.
La distruzione della barriera corallina, bianchi deserti morti, sono l’aridità umana della tristezza, fragilità, solitudine e mortalitá.
La dolcezza del falsetto è il profondo conforto del dolore umano. Dolcemente oscuro ed empatico.
Non scriverò altro, questo concerto ha rappresentato lo spirito profondo di Roskilde: cultura, impegno, attivismo e anche arte. Ci sarebbe troppo da scrivere e non voglio contrariare chi sta solo aspettando i NIN. Da scoprire, animi sensibili.
Bigxthaplug
The Biggest The Largest
A pochi passi dal Media Village, a breve il piccolo palco Avalon ospiterà il rapper texano BigXthaPlug. La chitarra country apre con “All The Way”: da lontano nella folta folla, il palco si anima del suono della frontiera. Ed è il flow: la voce profonda e ruvida sincronizza le parole. Soul e groove, piacevolmente pop — si parte comodi e si continua freschi sui sedili posteriori di una Cadillac con Texas.
The Biggest non è venuto per vederci spaparanzati, butta la maglietta sudata — The Largest ci trascina nei sobborghi di Commerce Texas. Il rap si fa incalzante con Levels e Change Me, il pubblico tiene il beat, il palco recita linea dopo linea, impeccabile.
L’ora della Verità
Le vibrazioni del cellulare si fanno insistenti, Davide in piena ansia da ’94.
“Siamo già in fila per il pit, vieni!”
“Stanno facendo la coda per il pit, dove 666?”
“Ho il telefono scarico, dai che poi non ci becchiamo più.”
Facciamo il punto: se entro nel corridoio dei fotografi, poi mi fanno uscire da dietro il palco e mi perdo tutto il resto del concerto. Altrimenti faccio l’intrepido e sto nel pit con la macchina fotografica. Sacrifico la qualità (delle foto) per la quantità (di musica).
“Hey Davide, Se vengo nel pit e iniziano a pogare mentre faccio foto, fai da pilastro, vero?” “Certo! Fidati!”
(Spoiler: assolutamente no, anzi ti poghiamo contro).
Mi avvio verso Davide nella coda per il pit. 1 ora e 45 prima dell’inizio, lentamente. Prendo delle bevande per l’attesa, un po’ rassegnato, un po’ spazientito, mi ripeto: “Ma perché? – …”. In fila per entrare nel pit dei NIN, drink già finiti, Elle fa un gesto sconsiderato: “Vado a prendere il prossimo giro.”
Davide esclama scioccato: “Ma mancano 10 minuti, inizia adesso!”.
“Davide, è tra un’ora.”
“No guarda!” Il polso sinistro ruota e mostra il vecchio Casio da battaglia.
“Non lo hai più usato quell’orologio dal 30 marzo pomeriggio, vero?”
Da qui vi lascio la narrazione di Davide in prima persona. Perché da me non serve altro.

Mi rendo conto che il mio orologio è un’ora avanti. È stato così per tutto il festival!
Ora si spiega perché i miei compagni di festival mi hanno trovato stressante, perché mettevo a tutti fretta e Stefano pazientemente (o non tanto) mi ha mandato a fanculo diverse volte.
Avvertivo un vivo sfasamento, come se non tornassero le cose, ma davo la colpa ai drink che Elle riusciva a far passare ai controlli di sicurezza — leggendaria brigante dell’arte del contrabbando alcolico.
Ma chissene frega dell’orologio. Siamo in prima fila, pronti per gustare il ritorno di Trent Reznor.
Nine Inch Nails
L’Apocalisse Perfetta
Ho visti tante volte i Nine Inch Nails, ma questa è stata la loro performance migliore. Non riesco a togliermi i momenti più intensi dalla testa, come i capelli rossi di L. che poga senza sosta nella maglietta dei Carcass.
Reznor è la perfetta combinazione tra cocky, sexy e depresso — è il mio sound, lo adoro. Quando ha attaccato “Nothing can stop me now” su Piggy, sembrava un crooner del giudizio universale, sleazy e magnetico.

La scaletta è un pugno in faccia: The Beginning of the End, Wish, March of the Pigs — una tretrinsrocket di violenza industriale che ha fatto tremare l’Arena.
E quando siamo arrivati a Heresy con quel “God is dead / and no one cares” urlato in coro, ho capito perché quest’uomo ha segnato la mia adolescenza.
Trent, a quasi 60 anni, comandava quel palco come un generale dell’apocalisse. “Bow down to the one you serve” su Head Like a Hole, e noi tutti ci siamo genuflessi davanti alla sua magtdemonstration.

Il momento più intenso: quando ha dedicato The Perfect Drug a David Lynch (“another great David”) dopo I’m Afraid of Americans, la magnifica co-produzione con Bowie.
Le parole “without you everything falls apart” hanno assunto un significato nuovo e devastante.
E poi Hurt. Un’intera tenda che canta insieme quel chorus straziante, un momento di bellezza tragica che ti spezza il cuore.

Tanti erano stanchi dopo giorni di festival, ma chi era nel pit aveva tanta, tanta energia. Energia pura, disperazione catartica, amore per la musica che ti cambia la vita.
Noi non siamo stanchi, o non ce ne rendiamo conto.
Si va al rave!
A.G. Cook + Zoumer & Debbie Clubs
Zoumer & Debbie Clubs sono il cocktail di pangfarver, electroclash, nostalgia Y2K e happy hardcore che è impossibile non ballare. Quando hanno fatto a pezzi le Spice Girls e i Vengaboys, o quando hanno pompato Orinoco Flow di Enya con i The Prodigy, ho capito che la follia danese non ha limiti.
Ma ora il vero protagonista del rave A.G. Cook Il cervello dietro PC Music e l’hyperpop, il produttore esecutivo di Charli XCX e parte essenziale del fenomeno Brat. Cook ha aperto con un concentrato di melodie sukkersøde, beat elettronici frammentati e bassi devastanti. Tutto skruet op på 11, tutto badate in stroboskoplys violento. Il remix di Von Dutch ha portato l’estasi dal livello 11 al 12.
Quando ha fatto il mashup di Britpop e Mean Girls di Charli XCX, dimostrando la sua capacità di unire pop svulstig con dissonanza elettronica, ho realizzato di essere testimone del futuro della musica.
Club Classics ha fatto esplodere l’Apollo in danza euforica, e il remix di 365 suonava così udknaldet che sembrava volesse kortslutte gli altoparlanti.
Per fortuna era solo la festa che esplode.
L’Alba della Partenza
Alle 4:30 torniamo alla tenda. La maggior parte della gente se n’è andata — uno scenario apocalittico di campeggio abbandonato. La scena finale della Cornetto Trilogy, per chi ne sa. Dormiremo qui, e il giorno dopo si impacchettano le tende e si torna in quell’universo parallelo chiamato Danimarca normale.
“È finita”, dice Don Laido, guardando l’alba pallida sopra Roskilde.
“No”, risponde Suor Farcita con saggezza post-rave, “Da qui si inizia, non semplici impostori a un festival pop, ma quota metal integrata, una riconciliazione… forse.”
Ha ragione. Per questi tre giorni la musica è stata la conseguenza dello stare insieme e condividere le proprie emozioni. Il metal vive nel cuore anche quando sui palchi suonano hyperpop ed elettronica queer.
Restiamo svegli ancora un po’.
Il sole che sorge su un festival ci sente un po’ diversi da quelli che eravamo solo tre giorni prima.
LINK agli altri giorni
Crediti e ringraziamenti
Scrittura: Davide Bonavida
Foto & Editing: Stefano_c_o



