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Che bello: il nuovo disco dei Warkings mi permette un’altra paternale sul power metal!
Quando è uscito il debut di questa band, nell’ormai lontano 2018, il cosplay metal (o in qualunque modo vogliate chiamare quell’orrendo sottogenere del power dove i musicisti hanno costumi di scena e i testi sono spesso scanzonati, se non demenziali) sostanzialmente non esisteva ancora; tuttavia, contro questi musicisti si scatenò un coro violentissimo di disapprovazione. Metal di plastica, commerciale, ridicolo, si disse; con i costumi ritenuti una pacchianata per attirare i giovanissimi su YouTube.
Io, incredibilmente, all’epoca tacqui. Giuro, non li ho criticati. E, incredibile ma vero, non lo faccio adesso, che sono arrivati al quinto album e un posto nella scena, bene o male, lo hanno acquisito. Attenzione, ovviamente non li ho neanche osannati e riempiti di lodi: ma ho riconosciuto – e riconosco ora – che il loro songwriting, per quanto furbo, sia spesso indovinato.
Ma torniamo al tema principale. Trovo infatti che ci sia una differenza fra i Warkings e, che ne so, gli Alestorm (come tutti sanno da me ferocemente vilipesi), i Grailknights o il male assoluto di questa sub-scena, ovvero i Nanowar Of Steel: i loro brani sono, con rarissime eccezioni, dotati di una caratteristica che gli altri non hanno, ovvero la serietà. Sono ‘vere canzoni’. Possono essere commerciali (ma i Sabaton non lo sono?), elementari (ma con quattro accordi gli Stratovarius hanno fatto capolavori assoluti), ‘scontate’, ma sono brani di musica che si prende sul serio. Certo, se il vostro ideale di power metal sono i Labyrinth o i Metal Church diciamo che qui non troverete molti elementi di interesse, ma io non vedo molta distanza fra i Warkings e i Bloodbound, o i Powerwolf, o (non credo di esagerare) gli Hammerfall: perché questi sì e i Warkings no? È una questione di quanto sono belli i costumi? Del numero di cambi di tempo nel brano? Del numero di volte in cui dicono ‘Hail’? Per quel che mi riguarda Georg Neuhauser e Markus Pohl sono due ottimi musicisti, se si vogliono travestire sul palco lo facciano pure, purché la musica resti ‘musica vera’. E a mio parere i Warkings sono al di qua della linea, e non di poco (molto più dei Powerwolf, ad esempio).
Armageddon, letto in modo onesto e senza pregiudizi, è un accettabile disco di power metal. Orecchiabile, talora telefonato, non certo un capolavoro, ma un album grintoso e con diversi ritornelli cantabilissimi. E ‘crede in se stesso’, per così dire. Se i loro componenti vogliono vestirsi come a carnevale (mia personalissima opinione), perché così pensano di intercettare i sedicenni che giocano a D&D o al suo equivalente degli anni 2020, quale che esso sia… che male fanno?
In scaletta nessun brano supera i quattro minuti, per cui ne servono 14 per arrivare a poco più di 40. Tirata e veloce la titletrack, sicuramente già sentita ma con la grinta giusta per farsi cantare. “Gengis Khan” vede la partecipazione degli Orden Ogan, mentre con “Kingdom Come” siamo al livello degli All For Metal, quindi se disprezzate questi ultimi dovreste, per coerenza, stare lontani anche dai Warkings. All’aggressiva “Circle Of Witches” partecipano poi, pensate un po’, le Burning Witches. A questo punto il disco entra in una fase di stanca, inanellando una serie di brani decisamente sottotono: il discorso torna a farsi interessante con l’indovinato ritornello di “Nightfall”, poi l’’Ahu’ degli spartani è inserito, in modo decisamente poco congruo, in “Hangmen’s Night”, che vede la partecipazione di Dominum. La ballad “Here Comes The Rain” è un po’ rovinata da una voce narrata troppo aspra; bella invece la conclusiva e folkeggiante “Stahl Aus Stahl” (‘Acciaio su Acciaio’), che vede la partecipazione dei Subway To Sally.
Armageddon si fa ascoltare, e in un paio di situazioni diverte. Il voto lì sopra mi sembra quello che merita, senza accanimento. Poi liberi, naturalmente, di averceli antipatici a prescindere: a me accade con il 90% dell’attuale panorama metal…



