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Una band che proviene dall’Indiana, i GraveRipper, e un album che profuma (o puzza) di black/thrash/speed metal. Formatisi nel 2019, hanno prodotto ad oggi due EP e From Welkin To Tundra è il secondo disco del gruppo americano, dove l’unica costante è il cantante/chitarrista Corey Parks. Infatti, per questo lavoro, ha preso una decisione drastica: cambio totale di formazione.
Dal quartetto a due chitarre con cui ha inciso il precedente Season Dreaming Death, è passato a un trio dove lui si occupa, oltre che delle parti vocali, anche di tutte le parti di chitarra. Scelta azzeccata? Vedremo.
Almeno ha mantenuto la Wise Blood Records come etichetta. Il precedente album è ben prodotto e il voler mettere un punto fermo sulla produzione è un minimo segnale di continuità che, visti i radicali cambiamenti sui musicisti, per lo meno non ha stravolto il sound più che buono che la band è riuscita ad ottenere in precedenza.
Le varie influenze dei vari generi proposti si sentono tutte. La raucedine intrinseca nella voce di Corey è una costante che ci accompagna per tutto il tempo, rendendo l’atmosfera generale fredda e glaciale, scaldata a tratti dalle incursioni thrash e speed che vengono immesse a gran velocità dal terzetto di Indianapolis (velocità, motori, Indianapolis, Indy 500… ok, prima e ultimo riferimento automobilistico per oggi).
Il loro amore per il black si avverte, la pesantezza oscura e il giusto marciume sono sempre richiamati e presenti, la copertina del disco parla da sé, ma le iniezioni di malvagità estrema sono sapientemente dosate in maniera equilibrata. Piacciono pure a me, che non sono un appassionato di black metal, e danno quel tocco cadaverico ai pezzi che, alla fine, me li fanno pure ricordare. Ed apprezzare.
L’intro strumentale di “Welkin, Now Tundra” ci prepara alla debordante doppia cassa e brutale esperienza thrash di “Bring Upon Pain”, per poi passare alla violenta, ma con un filo di malinconia aleggiante, di “Hexenhammer”. Questo è il pezzo dove le atmosfere agghiaccianti e “pessimistiche” del black vengono fuori in modo netto.
Le due successive continuano a macinare riff thrash e speed, mischiando, per quanto sia possibile, hardcore e forse, ma dico forse, del vecchio onesto punk. “Hounds From Hell” e “No Gods, No Master” hanno dei break caratterizzati da mid tempo particolari e inaspettati, dove il basso si rende protagonista di linee poderose e galoppanti in pieno stile old school. La chitarra riesce sempre a inserirsi con assoli mai invasivi, ben strutturati e molto brevi.
L’album si chiude con il pezzo forse migliore, “Burning Barren Plains”. Ritmo serrato, tetri ritornelli e tanto, tanto thrash. Nel mezzo un lungo assolo di Corey, a sancire la validità del brano e la bravura del musicista.
Complessivamente possiamo affermare che From Welkin To Tundra sia un disco che si mantiene sui buoni livelli del precedente. Non so dire se la scelta di cambiare completamente la line-up si possa definire azzeccata o meno. Mi sembra che il discorso portato avanti sia molto simile a prima. E questo, di per sé, è già un gran bel risultato. Direi una interessante interpretazione moderna di generi solitamente e notoriamente non molto innovativi.
Probabilmente la scelta presenterà il conto in sede live. Una chitarra sola non sarà sufficiente a riproporre in maniera adeguata tutto il suono proposto sul disco, ma sicuramente Corey troverà la giusta soluzione al problema (spero) ingaggiando un turnista che lo affianchi allo strumento.
I GraveRipper sono da tenere d’occhio. Hanno idee e sanno proporle in modo semplice e convincente. Sono partiti bene con il primo disco e stanno continuando il loro percorso in modo costante e qualitativamente di buon livello.
Per quanto riguarda From Welkin To Tundra sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo e… a percorrere il loro gran premio e a tagliare da vincenti il loro traguardo finale (scusate, ho dovuto farne un altro, è stato più forte di me e non ho resistito ad un ultimo riferimento automobilistico).



