SABATON – Legends

Titolo: Legends
Autore: Sabaton
Nazione: Svezia
Genere: Power Metal
Anno: 2025
Etichetta: Better Noise Music

Formazione:

Joakim Brodén – Voce, Tastiere
Thobbe Englund – Chitarre
Chris Rörland – Chitarre
Pär Sundström – Basso
Hannes Van Dahl – Batteria


Tracce:

01. Templars
02. Hordes Of Khan
03. A Tiger Among Dragons
04. Crossing The Rubicon
05. I, Emperor
06. Maid Of Steel
07. Impaler
08. Lightning At The Gates
09. The Duelist
10. The Cycle Of Songs
11. Till Seger


Voto del redattore HMW: 6/10

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In ritardo imperdonabile (ma vale sempre il principio ‘meglio tardi che mai’…) sono felicissimo di poter affliggere i lettori con una predica da old grumpy power metal man sui Sabaton.

La band svedese ha, per uno strano paradosso, iniziato in sordina ma col botto: nel senso che i primi quattro, meravigliosi dischi (Primo Victoria, del 2005; Attero Dominatus, dell’anno successivo; Metalizer, del 2007, e l’insuperabile The Art Of War, del 2008) sono di gran lunga le loro uscite migliori, ma sono tutti stati pubblicati dalla Black Lodge Records, che non aveva certo le capacità per sostenerli e diffonderli come meritavano (sì, i giovani si stupiranno, ma vi garantisco che c’è stato un tempo, per tutti gli anni ’00, in cui i Sabaton erano una band di nicchia conosciuta soltanto dai fanatici del power e della guerra…). Poi, il miracolo: The Art Of War, grazie al suo eccezionale valore, ‘rompe’ la bolla e permette alla band di prendere un vero e proprio ‘ascensore social-metallico’ verso il grande pubblico e le grandi etichette. La Nuclear Blast compra tutto il catalogo, lo ripropone (attraverso le edizioni ‘re-armed’, le uniche attualmente sul mercato), e lancia gli svedesi nell’Olimpo non del power, ma del metal in generale, tanto che ancora oggi i Nostri sono fra gli headliner dei festival maggiori.

La band pubblica ancora un paio di dischi decenti (il discreto Coat of Arms, del 2010, e l’ottimo Carolus Rex, del 2012), ma poi soffre il clamoroso scisma che porta due terzi della band a fondare i Civil War, lasciando i soli Joakim Brodén e Pär Sundström a gestire il successo mondiale. Da quel che mi risulta, i motivi dello split non sono mai stati del tutto chiariti, ma deve essersi trattato di qualcosa di enorme, perché lasciare una band che può essere in cima al cartellone a Wacken, per tornare a esibirsi davanti a 200 persone con una formazione ‘di genere’ (che ha pure, a mio parere, raccolto molto meno di quanto meritava), è una decisione che non si prende a cuor leggero…
Beh, da allora i Sabaton – ovviamente tutta la ricostruzione è figlia delle riflessioni di chi scrive – hanno smesso di creare e di scrivere qualcosa minimamente degno di nota, ma non hanno perso un minimo del loro successo, che anzi è aumentato: e da Heroes (2014) producono sempre lo stesso, identico disco, fedeli al principio del ‘more (of the more of) of the same’ che sembra appagare la platea generalista alla quale si rivolgono. Sempre la guerra, sempre con brani cadenzati di quattro minuti, riproposta in tutte le salse (strumentale, sinfonica, live) in una copia-carbone che a un certo punto è diventata comica… ma tutti hanno comprato, plaudito e osannato. Misteri del mercato. D’altronde, perché i Nostri dovrebbero sforzarsi? Basta che prendono l’episodio x o l’eroe y della I/II Guerra Mondiale, strutturano un mid-tempo statico con un testo che dice che la guerra è brutta ma il vero uomo la combatte, buttano dentro un tastierone e un ritornello coi cori sparati a mille, e i metallari si strappano i capelli, comprano la ventesima edizione di “The War to end all Wars to end all Tours to increase our Money” e corrono ai concerti! Voi smettereste? La responsabilità di questo scempio è nostra, mica loro!
Quantomeno va riconosciuto agli scandinavi di non aver ceduto (troppo) alle ‘lusinghe’ (si fa per dire) del ‘dance metal’; mi sembra che i nostri guerrieri abbiano avuto il buon gusto di tenersi al di qua di una linea che sconfina nel ridicolo (o nel patetico, o in entrambi), e se le tastierine da Spandau Ballet o da Righeira sono emerse in diversi loro brani dell’ultima tornata, quantomeno non sono diventate preponderanti. È già qualcosa (ma vedete quanto dico sotto), non salva la baracca ma la mantiene in piedi in qualche modo.

E arriviamo così, finalmente, a Legends: un disco, se avete accettato le premesse di cui sopra, inevitabilmente insignificante, dove l’eroe x combatte la guerra y e un coro coi tastieroni sugella le sue imprese terribili ma eroiche… avete capito. Un rapido esame della tracklist mi sembra confermare la diagnosi; mi sforzerò di segnalare tutte le (minime) differenze con il passato. “Templars” è inevitabilmente boombastica, con cori simil-gregoriani da colonna sonora, qualche (in parte inatteso) suono elettronico, e qualche (vago) suono mediorientale. Con “Hordes of Khan”, dedicata naturalmente alle imprese guerriere dei mongoli, abbiamo (almeno nella strofa) una fotocopia di “Ghost Division” da The Art Of War, che non vale quanto l’originale; “Crossing The Rubicon” ha ormai una base dance che farebbe invidia ai Battle Beast, e al sottoscritto provoca invece sofferenze atroci. Banalmente cadenzata “I, Emperor”, mentre finalmente “Maid Of Steel” cambia un minimo i tempi, per una canzone di poco più di tre minuti che però almeno ha grinta e mordente. L’altro brano leggermente differente dagli altri, per una melodia che oserei definire ‘positiva’ e aperta, è “Lightning At The Gates”; diciamo che “Impaler”, dedicata a indovinate chi, allinea una coppia strofa+ritornello meno scontata delle altre, grazie anche a un certo arretrare degli onnipresenti tastieroni. Si chiude con “Till Seger”, cantata in svedese, che offre un refrain eroico e stentoreo, cantabile e – grazie nuovamente a tastiere meno rimbombanti – più melodico del resto.

Proviamo a tirare le somme. Legends è l’ennesima variazione sul disco che i Sabaton pubblicano dal 2014, cambiando la copertina e un paio di dettagli. Stavolta cambiavano più dettagli – quattro o cinque al posto di due o tre – rispetto a The War To End All Wars. Questo vi fa strappare i capelli e correre alla Sabaton Cruise? Nessun problema per me, fate pure. E attenzione: che questa ‘musica di guerra’ sia sempre più attuale, in una Europa pericolosamente vicina al crollo, non mi sembra un buon motivo per lanciarsi sui mid-tempo di questi furbi e ripetitivi svedesi…

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