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SOEN – NUOVI ORIZZONTI
Con ogni nuova uscita, i Soen continuano a dimostrare perché sono una delle realtà più intense e riconoscibili del panorama metal contemporaneo. Nato nel 2010 sotto la guida di Martin Lopez, il gruppo ha saputo costruire un percorso di costante evoluzione, muovendosi con naturalezza tra progressive, introspezione ed emozioni palpabili, capaci di toccare corde fragili senza rinunciare alla potenza.
Dal debutto con Cognitive fino ai lavori più recenti, i Soen hanno definito un linguaggio personale fatto di contrasti, sincerità e una ricerca continua di equilibrio tra forza e vulnerabilità. Una crescita che si riflette nella musica e nei temi affrontati: profondamente umani, spesso sociali, sempre intrisi di autenticità.
In vista dell’uscita del nuovo album Reliance, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci con la band per approfondire identità, processo creativo, evoluzione emotiva e il modo in cui hanno coltivato un suono così unico e riconoscibile.
Ecco cosa ci ha raccontato Cody Ford, chitarrista della formazione.
Recensione di Memorial qui
Quando avete fondato i Soen e come siete arrivati a definire il vostro stile personale, distinto dalle band con cui avevate suonato in precedenza?
I Soen sono stati fondati attorno al 2010 e credo che, a quel tempo, le nostre influenze fossero molto più evidenti nella nostra scrittura. Con il passare degli anni abbiamo continuato a evolverci e a spingerci oltre, ampliando ciò che siamo in grado di fare come gruppo, sempre entro una sorta di “parametri” che consideriamo tipici del nostro suono. La cosa interessante è che quei parametri cambiano continuamente. L’importante è scrivere musica che ci appassiona e che amiamo suonare.
Il vostro primo album, Cognitive (2012), ha segnato l’inizio ufficiale del progetto. Guardando indietro, come lo descriveresti in relazione a ciò che siete diventati oggi?
È sicuramente più prog e, come ti dicevo, molto influenzato da altra musica. È un po’ più grezzo e meno rifinito rispetto a ciò che facciamo ora. Ma ha una sua magia, unica rispetto a ogni altro album che abbiamo creato.
Con album come Lotus, Imperial e il più recente Memorial, avete mostrato una notevole evoluzione sonora. Quanto deriva da un bisogno di cambiare e quanto dal desiderio di rimanere fedeli alle vostre radici musicali?
C’è sicuramente la volontà di evolversi strada facendo, ma c’è anche un catalogo di musica che ti segue e che detta certe cose. L’evoluzione e il prendersi dei rischi sono importanti, ma anche comprendere la propria identità di base e rimanere fedeli alle radici è necessario. È un dare e avere, ed è qualcosa di cui siamo molto consapevoli quando scriviamo nuovi album.
C’è una canzone (o più di una) in cui senti di aver espresso il vostro messaggio—musicalmente e nei testi — nel modo più efficace? Perché?
Penso che ogni canzone che pubblichiamo esprima il messaggio in modo forte, altrimenti non finirebbe sull’album. Ma, naturalmente, alcuni messaggi vengono accolti meglio dal pubblico, perché il brano risuona con un numero maggiore di persone. Brani come Lotus o Memorial sembrano catturare musicalmente e nei testi ad un livello emotivo profondo, e lo percepiamo chiaramente quando li suoniamo dal vivo.
Siccome il vostro sound è spesso progressivo e riflessivo, come lavori per “abitare” mentalmente le parti vocali e connetterle alla musica—sia in studio che sul palco—per trasmettere autenticamente determinate atmosfere?
È molto importante sedersi con i testi e assimilarli per un po’. Poi si tratta di capire l’energia della canzone e cantarla nel modo giusto per trasmettere il messaggio e le emozioni con tatto e grazia. Ci vogliono un po’ di tentativi ed errori, ma soprattutto immergersi nella canzone e capire come cantarla con sincerità.
I testi dei Soen spesso esplorano introspezione, vulnerabilità e profondità emotiva. Quanto la tua visione del mondo e la tua sensibilità personale influenzano la musica?
Molto! Le nostre visioni del mondo e le nostre esperienze personali costituiscono la maggior parte dei temi. Siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda nel considerare la musica come una nostra valvola di sfogo catartica, quindi ci piace scrivere di cose che sono vere per noi. Mantiene la musica autentica, e quando sentiamo una connessione emotiva mentre la suoniamo, il pubblico la percepisce.
Con album come Memorial—che secondo alcune recensioni enfatizzano la ricerca della “fragilità e resilienza umana”—quanto vi preoccupa il messaggio sociale o esistenziale che volete trasmettere?
Certo che c’è una preoccupazione, ed è una delle ragioni principali per cui è al centro delle tematiche affrontate. Ogni giorno hai un’immagine di dove sta andando il mondo e delle difficoltà che sempre più persone condividono, ed è sicuramente qualcosa che ci ispira a scrivere.
Il vostro suono combina forza e delicatezza. Come trovate l’equilibrio tra intensità, aggressività (quando necessaria) e momenti di calma o malinconia?
La complessità delle canzoni è un po’ come la complessità delle emozioni. Cerchi semplicemente di trasmettere un sentimento e a volte questo richiede un mix di momenti molto pesanti e momenti davvero delicati. La tristezza, per esempio, può sembrare fragile e impotente, ma può avere anche elementi di intensità e rabbia. Si tratta quindi di rendere giustizia alle emozioni in un determinato lasso di tempo. Una bella sfida!
Quando componete, quanto è importante lasciare spazio all’interpretazione emotiva dell’ascoltatore, invece di descrivere una “verità” precisa?
Molto importante. A volte l’obiettivo è essere abbastanza vaghi da permettere all’ascoltatore di riempire gli spazi vuoti e sentire la canzone come propria. Se scrivi una canzone sulla perdita del tuo cane, solo chi ha perso un cane potrà rispecchiarsi. Ma se la rendi sulla perdita in generale, allora può essere la perdita di un familiare, di un’amicizia, di un animale, di un partner ecc. La canzone diventa più accessibile e il suo significato può anche cambiare nel corso della vita.
Durante il processo di registrazione quanto sperimentate con suoni, atmosfere e arrangiamenti? C’è qualcosa con cui vi piace particolarmente rischiare o “giocare” per evocare emozione?
Abbiamo sperimentato molti più suoni a partire da Memorial. In parte dipende dal fatto che abbiamo imparato a usare meglio le nostre DAW (Digital Audio Workstation – Stazione di Lavoro Audio Digitale, ndr), quindi il nostro processo di demo sta diventando molto più professionale. Si tratta di aggiungere suoni che non provengono solo da chitarre, voci o batteria, creando nuove e interessanti atmosfere. L’esperimentazione continua poi in fase di produzione e questo è molto influenzato da chiunque stia lavorando con noi in studio.
Quanto è importante il contrasto—tra melodia, aggressività, tensione e dolcezza—nella vostra scrittura e nelle vostre esibizioni dal vivo?
Molto importante! Credo che per noi sia uno dei nostri punti di forza come gruppo. Mescolare tutto ciò non è sempre facile, ma copre una gamma più ampia di emozioni, e da ascoltatore so quanto lo apprezzo. E quando vado a un concerto è bello fare una pausa dal “pesante” ed essere colpiti da un brano più emotivo o una ballad. Quel flusso e riflusso fa sembrare i brani heavy ancora più pesanti e quelli più soft più tranquilli. Quando creiamo le scalette, trovare questo equilibrio per noi è fondamentale.
Come ascoltatore e critico, la vostra musica per me sembra “ogni nota sospesa tra dolcezza e inquietudine”. Come la descriveresti usando tre aggettivi (o metafore)?
Sincera. Emotiva. Catartica.
Se dovessi far ascoltare tre canzoni che rappresentano al meglio l’anima dei Soen a qualcuno che non vi conosce, quali sceglieresti e perché?
Lotus per il lato più delicato e sentimentale dei Soen.
Memorial per l’impatto pesante e diretto.
Fraccions per il lato più progressivo e complesso.
Guardando al futuro: che tipo di evoluzione sperate per la band e per te come artista all’interno dei Soen? C’è qualcosa che non avete ancora esplorato e che vorreste provare?
Speriamo di continuare ad ampliare i nostri orizzonti musicali mantenendo vivo il cuore dei Soen. Siamo sempre entusiasti di sperimentare e vedere cosa verrà naturale per noi. Vedremo cosa accadrà!



