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Sono passati quattro decenni dal primo disco dei californiani Megadeth e adesso, agli albori di questo 2026, il gruppo pubblica il suo ultimo lavoro in studio, chiudendo il cerchio dopo anni fatti di spietatezza, di pura adrenalina, di voglia di sfondare e di lotta contro il sistema. Veicolati dal tellurico e ribelle Dave Mustaine, la band di Los Angeles chiude il sipario sulla sua illustre carriera con un’ultima fiammata, pubblicando il diciassettesimo album intitolato proprio Megadeth e la cui uscita è accompagnata da un lungo tour d’addio. La decima e ultima traccia, di questa nuova raccolta, giustamente intitolata “The Last Note”, è il commiato meritato di una delle poche formazioni metal che negli anni ’80 e ‘90 ha raggiunto un successo di massa.
Il suono arpeggiante e orientaleggiante delle chitarre elettriche, gli incisivi e melodiosi assoli e la rauca ugola del rossiccio leader sono il preludio di un vero e proprio colpo al cuore per l’emozione che suscita questo sfogo autobiografico del saggio e ormai appagato Dave. L’artista statunitense riesce a raggiungere una posizione importante nel genere thrash metal, con milioni di copie vendute in tutto il pianeta e, dopo una giovinezza fatta di eccessi abusando di droghe e di alcool, sotterra finalmente l’ascia di guerra verso i suoi ex Metallica porgendo loro la mano addirittura per fare un tour insieme. Accantonata quindi la sua storica rivincita nei confronti dei suoi vecchi compagni, il frontman riscopre la fede in Gesù Cristo, nonostante non sopporti le religioni e dulcis in fundo, con coraggio e determinazione, combatte e guarisce il cancro diagnosticatogli alla gola. Non penso ci sia altro da aggiungere su un uomo che riesce, con sacrifici e con alti e bassi, a costruirsi da solo una carriera impressionante rimboccandosi le maniche, non solo come cantante, ma anche come apprezzato chitarrista, inventando perfino un suo personale stile.
Chiuso questo preambolo storico, occorre descrivere la cosa più importante, ovvero i brani del platter, che meritano un’analisi perché compongono un album decisamente interessante e non debole come si potrebbe pensare quando si giunge alla fine di un lunghissimo percorso musicale. L’energia, l’intensità e l’aggressività sono sempre le stesse e il sound è inconfondibilmente Megadeth fin dalle prime note, come nel caso della potente ed euforica “Tipping Point”, scelta dalla band come primo singolo e ricca di enormi tonalità thrash. Il pezzo ricorda i bei e duri tempi di dischi più datati come Peace Sells… But Who’s Buying e lo stratosferico Rust In Peace, quando sporchi e cattivi erano alla conquista di trionfi e popolarità. L’ispirazione e l’attitudine resistono ancora e si odono immediatamente grazie ai veloci e furiosi assoli chitarristici sfornati dall’ “esordiente” Teemu Mäntysaari, che si fondono perfettamente e completamente nell’approccio distintivo di Dave. Questo pezzo è un vero e indistinguibile classico dei Megadeth, composto da un rapido e galoppante ritmo, da degli ottimi assoli e dalla voce unica del suo leader. Segue la ritmata e pulsante “I Don’t Care”, traccia hard rock/punk dalle venature metal per via dei prolungati e roboanti assoli chitarristici, che riescono ad alzare il livello di adrenalina ed euforia facendo dimenticare il semplice e orecchiabile ritornello. Su questa scia, ma in modo più radiofonico, la band si proietta su un hard rock più leggero e ultra-melodioso in “Hey Good”, sicuramente il momento più debole dell’opera, anche se l’armonico refrain del pezzo non dispiace così come il contenuto dell’autobiografico testo, vera e propria confessione di Dave. La produzione di Mustaine e Chris Rakestraw è buona ma non perfetta, in quanto le chitarre si sentono nitide e potenti così come la grintosa voce del frontman mentre la batteria ha purtroppo un suono molto piatto e digitale che in certi momenti infastidisce. La rabbia sonora dell’ottantiana ed emozionante “Let There Be Shred” è puro thrash che proviene direttamente dal passato, grazie ad una velocissima e agguerrita sezione ritmica guidata egregiamente da James LoMenzo al basso e da Dirk Verbeuren alla batteria. Le corde vocali di Mustaine sono sempre taglienti e rabbiose, così come pure la sua sei corde elettrica che in coppia a quella di Teemu sprigionano note affilate e devastanti da lasciare impietriti. Si percepisce ancora una volta come la linfa vitale del suono del combo californiano è ancora presente e abbastanza creativa. A tal proposito la successiva e cadenzata “Puppet Parade” ne è senza dubbio un esempio, risultando una delle migliori canzoni hard rock del disco. Qui i Megadeth adottano un approccio più misurato e con un bel ritmo, ma con una fermezza e una aggressività capaci di non rammollire di fronte ad una armonia abbastanza melodica e accattivante che soprattutto nel ritornello non rivela immediatamente la sua brillantezza. Le due chitarre elettriche sono ruvide e si alternano a vicenda culminando in assoli armoniosi, accompagnati da un ottimo coro guidato dalla calda e roca timbrica vocale del singer americano. Idem per il mid-tempo “Another Bad Day”, in cui i ragazzi rallentano il ritmo puntando principalmente a un melodico refrain, rafforzato da prolungati e velocissimi assoli chitarristici che mantengono il fuoco e la potenza tipici dello stile originale del combo statunitense. Con “Made To Kill” Mustaine cambia registro, ritornando al suo amato e feroce thrash ottantiano ma a livello qualitativo da qui in poi il disco perde qualcosa. Comunque, in questa traccia il quartetto mette in risalto lo spaventoso connubio tra melodia ed eccellenza tecnica che ha sempre caratterizzato molti dei momenti migliori del gruppo. Questo aspetto lo si ascolta ancora in “Obey The Call”, song metal dall’atmosfera cupa, caratterizzata da un inizio pacato e sdolcinato ma abbastanza pesante. La composizione offre anche molteplici cambi di groove e incandescenti assoli chitarristici che crescono d’intensità soprattutto verso la fine, condotti da una velocissima e precisissima sezione ritmica. Sembra di essere trasportati indietro nel tempo quando i Megadeth picchiano di brutto i propri strumenti puntando a raggiungere e superare la celebrità degli odiati Metallica (purtroppo mai eguagliati) o quando negli anni ’90 Dave si orienta su un hard rock/ metal più commerciale, facendo storcere un po’ il naso ai fan più accaniti, ma la cosa che colpisce parecchio di questa nuova set list è che più la si ascolta e maggiore beneficio se ne trae. Anche il penultimo e minaccioso inedito “I Am” fa la sua sufficiente figura, con il suo sound semplice e grezzo mantenendo una buona lettura metrica e una trascinante armonia guidata dalle graffianti e possenti chitarre elettriche di Mustaine e del sorprendente scandinavo Mäntysaari. Infine, chiude il cerchio la famosa e rivisitata “Ride The Lightning” dei Metallica, che non si può definire una cover in quanto composta da Mustaine e da James Hetfield. Sinceramente e all’apparenza sembra superflua in questo contesto, perché l’approccio vocale di Dave non si sposa bene con la canzone, ma la song ha un significato importante per il musicista, in quanto è un riconoscimento del passato e un tributo appropriato per concludere la fine delle ostilità.
Megadeth non è un capolavoro, ma il giusto coronamento di una carriera leggendaria e strepitosa di una band e in particolare di un musicista, che ha capito il momento migliore in cui staccare la spina, dato che il suo progetto è ancora tutt’oggi vitale e rilevante. Non sappiamo se il prossimo tour sia veramente l’ultimo perché di Dave non c’è da fidarsi. Potrebbe prenderci in giro e ritornare, magari con un suo progetto solista. Vedremo! Intanto godiamoci questo disco, perché solo il futuro potrà dirci la verità sugli inimitabili e insostituibili Megadeth. La fiamma interiore di questo straordinario musicista arde ancora e sarà difficile che si spenga nell’ultimo giro di concerti sparsi per il mondo, nonostante nella copertina del disco la mascotte Vic Rattlehead, con un elegante abito funebre, prenda fuoco a causa di una devastante esplosione nucleare che pone fine all’umanità intera.




A me il disco è piaciuto moltissimo, ascolto dopo ascolto migliora sempre più.