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Era il lontano 2016 quando i Textures uscirono con Phenotype, primo capitolo di un concept che si sarebbe chiuso l’anno successivo con Genotype, peccato però che qualche mese più tardi, tramite un comunicato, la band annunciò lo scioglimento e di conseguenza, ciao ciao Genotype…
Gennaio 2026, nella lista dei dischi da recensire girata dal supremo direttore megagalattico, salta all’occhio un qualcosa che prende la mia attenzione – Textures-Genotype data di uscita il 23-01-26… penso di aver guardato il calendario una decina di volte, va bene così, dopo quasi 10 anni esce finalmente (quel??) Genotype.
Un ritorno che non cerca scuse, Genotype è un album che non vive dell’eredità del passato ma della volontà di ridefinirsi. Non c’è nostalgia, non c’è autocelebrazione: c’è una band che rientra in studio come se fosse la prima volta, con un’urgenza creativa quasi giovanile.
La cifra stilistica dei Textures e ancora lì, poliritmie, chitarre serrate, contrasti vocali, ma questa volta tutto sembra organico, respirato, sofferto. Le strutture non puntano a stupire con la complessità, bensì a costruire un flusso emotivo continuo. Le chitarre sono meno “matematiche” e più narrative. La sezione ritmica è un animale vivo, che pulsa e si contorce. I synth non decorano: modellano lo spazio, come se l’album fosse ambientato in un mondo sospeso tra ghiaccio e metallo.
Il singolo con Charlotte Wessels e il punto di equilibrio perfetto: un brano che parte come un sussurro gelido e finisce come una valanga controllata. La sua voce aggiunge una dimensione
emotiva che i Textures non avevano mai esplorato così apertamente.
Se Phenotype era un album che mostrava i muscoli, Genotype mostra la pelle. Le canzoni sembrano meno interessate a dimostrare qualcosa e più concentrate a sentire qualcosa. È un disco
che parla di cicli, di ritorni, di identità che si sfaldano e si ricompongono. Non c’è un concept dichiarato, ma c’è un filo emotivo che lega tutto: la sensazione di essere sospesi in un momento di
transizione, come se ogni brano fosse un passo verso una nuova forma.
La produzione è pulita, ma non chirurgica. Ogni strumento ha spazio per vibrare, per respirare. È un suono che non vuole essere perfetto: vuole essere vivo.
Genotype è un ritorno che non si limita a tornare: rilancia. È un album che non cerca di replicare ciò che i Textures erano, ma di immaginare ciò che possono diventare.
Bentornati!



