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Il tempio dell’Orion accoglie le sfumature ombrose di questa liturgia che viene dal Veneto e che, guardando la sala, ha raccolto molti adepti. In questo venerdì sera c’è grande aspettativa. Doomraiser e Shores Of Null scaldano il pubblico preparando il terreno emotivo ideale. Entrambe le band locali sono decisamente in forma, con i Doomraiser che ostentano quella bella spacconeria nostrana e suono energici, mentre gli Shores traghettano gradualmente verso i toni più mistici dell’atto principale. Senza ingressi plateali, i Messa si prendono la sala silenziosamente, con calma e decisione.
La prima cosa che colpisce è la bellezza crepuscolare, sicuramente della presenza di Sara Bianchin, ma di tutta la formazione che si muove appena tra le luci sullo sfondo. L’intera opera del gruppo è contraddistinta da una estetica compassata e anche la musica rispetta i canoni del genere Doom ma, allo stesso tempo, rasenta la psichedelia di orizzonti sonori forestieri, tra Jazz (The Dress) e Stoner (Rubedo).
La voce di Sara è assolutamente suadente e convincente tra i toni morbidi. A volte vorrei sentire qualche basso più abissale, o la carta vetrata rabbiosa nei momenti più dinamici, ma la scelta stilistica è chiara e coerente. Non tradisce mai chi la ricerca, nonostante una sottile vena di impacciata timidezza.
Dal vivo, i Messa confermano di essere una creatura diversa rispetto a molte realtà Doom contemporanee. La loro musica non vive solo di pesantezza, ma di dinamiche, aperture improvvise, momenti di sospensione quasi mistica, come nell’afa desertica di “Pilgrim”.
Le chitarre di Alberto Piccolo sono spesso virtuose, si prendono spazi ampi e meritati, dalla tradizione della roccia dura fino a accenni di vibrazioni Country (“Reveal”). Basso e batteria, accuditi con cura da Marco Zanin e Rocco “Mystir”, sono più discreti ma di una solidità comprovata, ciò che serve e che regge il gioco agli acrobati musicali più appariscenti.
La scaletta pesca in modo equilibrato tra il repertorio storico e il materiale più recente. Nonostante ciò, il nuovo The Spin è il piatto forte di questo tour che ne eredita il nome. I brani più nuovi mostrano dal vivo una forza ulteriore, quasi a trovare sul palco la loro dimensione definitiva: meno incasellabili, più liberi di espandersi in code strumentali, rallentamenti improvvisi, accelerazioni emotive. Il suono è più dinamico e aperto delle prove precedenti. Si potrebbe dire più appetibile ad un pubblico più vasto, ma non è un male vista la maestosità di certe situazioni quasi cinematografiche (“Immolation”).
I pezzi più conosciuti diventano momenti di riconoscimento collettivo: il pubblico li accoglie con partecipazione composta ma intensa, simile a un’oscillazione ipnotica, ad una preghiera diretta e ricercata. Andando a ritroso, ne sono un esempio i brani di apertura “Fire on the Roof” e “At Races”, supercarichi di attese non tradite.
Non è uno show esplosivo nel senso classico del termine, ma è uno di quei live che ti restano addosso a fine serata, una sensazione che non sai spiegare subito. I Messa non puntano a stupire con la velocità o la violenza sonora, ma con la costruzione lenta di un immaginario emotivo coerente, profondo, personale. Qualche momento di staticità scenica c’è, ma è un dettaglio trascurabile in una performance che vive soprattutto di atmosfera, intensità e identità. Uscendo dall’Orion, la sensazione è quella di aver assistito non tanto a un concerto, quanto a una tappa importante nel percorso di una band che ha ormai trovato una voce, ed uno stile elegante, davvero propri.
Setlist
- Fire on the Roof
- At Races
- The Dress
- Thicker Blood
- Pilgrim
- Rubedo
- Babalon
- Immolation
- Reveal
- Void Meridian
- Leah
- Snakeskin Drape
- Hour of the Wolf


















