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Quando ascolto per la prima volta un disco per una recensione, se la band non mi è già nota di solito non guardo subito la nota stampa, e provo a farmi qualche idea in modo assolutamente autonomo e ‘incontaminato’. In particolare tento di indovinare l’origine geografica della formazione: con il power e l’epic, fino a qualche anno fa il gioco era abbastanza facile, e bastava un po’ di conoscenza della scena almeno per dire ‘scandinavo’, ‘tedesco’, ‘sudeuropeo’, ‘nordamericano’, ‘sudamericano’ o ‘greco’. Ora le contaminazioni vanno per la maggiore, ma comunque resta una differenza fra chi si ispira agli Helstar e chi ai Sonata Arctica: però devo dire (e così offro il senso di tutta questa premessa) che ascoltando gli Aeternia ho avuto diversi dubbi. Qualcosa mi diceva Germania, ma qualcos’altro Grecia. E se conoscete la scena, non è facilissimo mettere insieme le due tradizioni in ambito power/epic. Così, alla fine mi sono arreso e sono andato a prendere la nota stampa, la quale trionfalmente annuncia “German power metal masters AETERNIA unleash their debut album!”.
E sono bravi, questi tedeschi Aeternia. Il loro primo LP è preceduto soltanto da un EP, The Quest, del 2022, e l’artwork dice subito heroic metal dalle fondamenta – tant’è che mi sono stupito, a leggere fra le (presunte) influenze, primi Blind Guardian, Hammerfall o addirittura Helloween. Io citerei piuttosto Atlantean Kodex, Lunar Shadow o, al massimo, in qualche passaggio, Visigoth ed Eternal Champion.
“Dragon’s Gaze” è aggressiva, compatta e potente: ma il riff è inevitabilmente priestiano, per un heavy/epic dominato dalla voce di Daniele Gelsomino, in linea di massima rude e impostata, ma capace anche di un paio di acuti imprendibili, ad esempio su “Forged In Fire”. Ho cercato un po’ sui social, ma senza successo, di comprendere se – come sembra – il cantante sia italiano… “Five Road Forth” ha una accelerazione power, mentre “The Descendant” mescola più influenze. “Lightbringer (Fall Of The Church)” gioca molto su un ritornello dal sapore antico, e del resto tutto il disco è sospeso in questa bruma senza tempo, cui ben si adattano i testi aulici, a tratti fantasy a tratti dedicati, come in questo caso, a eventi storici. Con “Lay Of Hildebrand” siamo nel pieno dell’epic metal più battagliero.
Il disco, nonostante sia decisamente breve (poco oltre i 33 minuti), convince grazie ai suoi toni e al suo approccio che oserei definire ‘arcaico’. La Cruz del Sur si sta proponendo come esperta sul mercato di sonorità di questo tipo, e questo non può che andare a (ulteriore) lustro dell’etichetta romana.



