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In The Airwaves Tour 2026
AVATAR + Agabas
Vega, Copenhagen
10 febbraio 2026
You’re just jealous because I’m a genuine freak and you have to wear a mask!
(Oswald Cobblepot)
Il Circo del Triangolo Rosso è pronto a uscire dalle fogne per conquistare Gotham City. La famiglia circense metal degli Avatar ormai sta stretta tra tende e baracconi: reclama stadi e palazzetti. I cinque freak, compagni di palco da oltre vent’anni, presentano il loro show più ambizioso di sempre.
Quanto ambizioso? Tanto da lasciare il nostro loquace collega Davide senza parole, se non per un secco “da non perdere”.

Agabas
Se vivi a Trondheim e ami la musica puoi scegliere: il famoso conservatorio Jazz oppure il black metal. I ribelli indecisi sono finiti a far parte degli Agabas. Sentendo parlare di “Deathjazz” vengono subito in mente i cupi tecnicismi brutali degli Imperial Triumphant o le invenzioni di Trey Spruance.
No, non ci siamo, gli Agabas non sono così.

Autoironici e dirompenti, gli Agabas inondano il pubblico con una scarica di energia positiva che richiama l’attitudine punk di fine millennio: un mix di follia, caos e happy metal vibes. La giocosità del frontman non deve però trarre in inganno: il sassofonista non si limita a ‘strombazzare’ per fare colore. L’ottone è integrato nel loro sound attraverso tecnicismi strutturali tutt’altro che banali, elevando la proposta oltre il semplice intrattenimento.

Oggi siamo al circo e non all’opera: i “Pagliacci” devono far divertire e non piangere. Arte dell’intrattenimento, non arte drammatica. Gli Agabas fanno un lavoro eccellente, trascinano il pubblico in canti e pogo con una musica di ottima fattura e un caos travolgente.
Inutile perdere altro tempo, salto gli Alien Weaponry a mio parere fuori contesto, di loro parleremo alla prossima occasione. Siamo pronti per il Circo degli Avatar!
Avatar
Nel buio emerge una figura incappucciata: la sua lanterna mostra la via ai compagni armati dei loro strumenti. Sulla melodia leggera e cadenzata, nel freddo scorcio di luce blu, cresce la tensione. Immersi nel buio la mente viene ricondizionata: siamo nel qui e ora. In un lampo la luce bianca inonda il palco, cade il mantello.
Johannes Eckerström non spreca lo shock del flash e attacca subito: ci aggredisce con “Captain Goat” per poi travolgerci con “Silence In The Age Of Apes”. Voce tagliente, energia indomata. Mentre gli occhi si abituano il suono dice tutto: questi sono gli Avatar.
Anzi no, non sono gli stessi Avatar del tour di Hunter Gatherer; il mood è diverso, Johannes è diverso.
I colori e fronzoli barocchi sono spariti.

Lattice nero, cuoio, guanti lunghi sopra il gomito e un trucco pallido da cui contrasta il rosso rinforzato dal nero. Il personaggio non è più un pirata gotico, ma una maschera espressionista tedesca. È l’Omega di Mechanical Animals di Marilyn Manson, un incarnazione aliena. Cinico, industrial, fetish, dark glam, decadentemente androgino. Pallido in una silhouette d’oscurità burtoniana.

La famiglia freak composta da John Alfredsson, Jonas “Kungen” Jarlsby, Henrik Sandelin e Tim Öhrström si presenta ripulita dagli orpelli da saltimbanchi. Cuoio, full black e stivali militari alti: è la divisa della divisione metallara svedese. Sarò finito al concerto sbagliato? … no, sono proprio loro. Headbanging a metronomo per le chitarre e un batterista che ha decisamente troppo carisma per starsene seduto in un angolo.


L’album Don’t Go In Torest (qui recensito) appare confortevolmente melodico, ma più ti addentri, più ti perdi nell’oscurità interiore. Johannes non fa più il giullare di corte, non ora. È il cavallo nero che tira verso la terra, trascinando l’anima verso il basso, per soddisfare le passioni oscure. “Death And Glitz” è l’apice del nuovo personaggio: teatrale, decadente, apparentemente scanzonata ma troppo cinica per gli Avatar che conoscevamo. The True Crime Dope Show.
Potrebbero fermarsi qui, ma questo concerto deve essere memorabile. Gli Avatar miscelano tutti gli ingredienti con perizia. Bilanciano l’oscurità con la fratellanza del Freakshow. La forza della sequenza iniziale fa sembrare “The Dirt I’m Buried In” e “Colossus” quasi frivole, ma il saltimbanco sta seguendo una strategia ben pianificata.

Viene capitalizzato il crescente investimento emotivo del pubblico. La scomodità emotiva dell’inizio destabilizzante viene curata con la rassicurante comodità dei classici. Johannes al piano con “Torn Apart” fa un passo oltre: si connette col pubblico in una dimensione caldamente umana, come mai fatto in precedenza. Questo è il punto di svolta del concerto, da ora in poi tutto cambia.

I freaks sono pronti a fare il salto e scoprire la loro nuova frontiera. “Legend Of The King” porta sul palco una messinscena kitsch che suona come una burla: “possiamo fare Epic Metal se vogliamo”. Jonas “Kungen” Jarlsby concupisce la propria chitarra dall’alto di un ampolloso trono dorato: un edonismo eccessivo e provocatorio, che sembra quasi privo di un senso apparente.
Sono stato preso in giro per sessanta minuti? L’Omega era solo una buffoneria ben riuscita?
Ecco il piano: introdurre un finale degno di un concerto da stadio.

Come i Ghost, gli Avatar stanno costruendo un suono capace di riempire l’aria e attraversare le pareti; serviva uno stacco netto per cambiare marcia.
“Let It Burn”, “Warriors” e “Don’t Go In The Forest” risuonano imponenti, molto più giganti della sala che ci ospita. Ci hanno condotto per mano verso questo momento per oltre sessanta minuti: la loro musica non è mai apparsa così immediata, forte e limpida. Non ci sono dubbi: la produzione di questi pezzi è stata minuziosamente perfezionata per suonare grande, grandissima.
Rimane una domanda: come si è comportata la voce nelle estese tonalità dei nuovi pezzi? Incredibilmente bene in questo show live! Johannes ha dimostrato di essere un cantante capace di interpretare gli ambiziosi nuovi pezzi con forza e precisione vocale. Molti nuovi brani sono risultati ancora più intensi e dinamici della registrazione in studio, anche grazie al buon lavoro dei fonici di Vega.

Il concerto finisce, ma permane una sensazione strana, come se l’aria fosse rarefatta: un vuoto vasto. Nel buio dello stacco, lo spazio creato non si rattrappisce, anzi, resiste. “Smells Like A Freakshow” e “Hail The Apocalypse”: l’encore corre in questo nuovo mezzo etereo ad alta conduttività. L’operazione “suono da stadio” è perfettamente riuscita tra le mura di Vega.
Il Red Triangle Circus è ufficialmente uscito dall’underground.

NOTA
Per la data di Milano, gli Agabas saranno sostituiti dalle Witch Club Satan (link), al loro debutto assoluto in Italia. Queste ragazze sono indubbiamente la band emergente più interessante del Black norvegese contemporaneo. Ripeto: da non perdere!
Ringraziamenti e crediti
Grazie a Davide per l’aiuto con la press dell’evento e bozze.
Photo credits: Stefano_c_o
Foto con un nero profondo come il Black Norvegese? Trova le foto su Flickr




























