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Death metal da New York. Death metal sporco e cattivo. I Glorious Depravity non li inviteresti mai ad una cerimonia ingessata, semplicemente perché non credo che esista al mondo un abito vagamente elegante che possa andare bene a questi loschi figuri. Faccia da duri, barba incolta anche se fatta due ore prima e sguardo minaccioso anni ottanta. Già solo per questi particolari mi sono piaciuti parecchio, e quindi me li sono segnati sul mio taccuino dei gruppi da recensire.
Il loro ultimo lavoro, Death Never Sleeps, incensato dalla stampa e con una copertina fastidiosa (non amo, ma soprattutto odio, gli insetti, ma solo quelli formato gigante, per intenderci quelli di “King Kong” di Peter Jackson e di “Starship Troopers”; la loro visione mi ha sufficientemente traumatizzato), ha acceso il mio “death-segnale” da subito e quindi mi sono prodigato ad ascoltare il loro disco con molta attenzione e curiosità
Evidentemente sono nuovamente io quello che non capisce. Un buon disco, per carità, ma da qui a giustificare le lodi sperticate che ho letto…
Doug Moore è un cantante veramente bravo, fin qui ci siamo e siamo tutti d’accordo. Voce interpretativa che spazia magistralmente dagli strilli isterici di una qualsiasi vittima “pre-ammazzamento” di un film horror, al suono gutturale di un orso che si sveglia dal letargo invernale. Applausi.
Tutto il resto mi sembra normale. Ben fatto, ma normale. Niente di nuovo sul fronte death. Un album di nove pezzi e della durata di poco più di mezz’ora che rientra nel calderone del genere in questione e che dopo qualche ascolto si dimentica abbastanza facilmente.
Non ho trovato pezzi brutti, ma neanche brani che ti facciano saltare dalla sedia. Ma ripeto, probabilmente il problema sono le mie orecchie. O forse, dopo che quest’anno i miei canali uditivi hanno ascoltato degli album death di livello mostruosamente alto, questi dischi senza quella spinta in più, mi dicono poco.
I due singoli rilasciati sono entrambi guidati dalla più bieca brutalità. “The Devouring Dust” ha nella sezione ritmica, in particolare la batteria, nella voce e ai suoi particolari blast beat dell’ottimo Doug, gli elementi di forza che rendono questo brano il migliore del disco. “Slaughter The Gerontocrats” è a carattere religioso e ambientato in un mondo gestito da un governo composto esclusivamente da anziani. Anche qui si viaggia sulla falsariga del precedente. Un pezzo interessante, violento, veloce e caotico quanto basta per far apprezzare sia i buoni riff che i discreti assoli di Matt e George.
Segnalo ancora la title-track, “Death Never Sleeps”, più lenta e molto focalizzata nella creazione di un’atmosfera più grave e tetra per il finale dell’album. Pezzo interessante.
Il resto è un death metal classicamente classico con venature di classico classicismo. Rispetto a tante altre produzioni va più che bene, ma mi sento di consigliarlo a coloro che non amano il rischio e che, per tale motivo, non si sono neanche mai avventurati nell’acquisto di un biglietto del “pozzo di San Patrizio” dei luna park, dove, per inciso, si vince sempre.
Alla fine della fiera, i Glorious Depravity, soprattutto grazie alla loro esperienza, se la cavicchiano e confezionano questo Death Never Sleeps in modo decoroso. Non entusiasmante, ma discretamente accettabile.
Sinceramente, visti i nomi, mi aspettavo una scrittura dei brani più consona al loro lignaggio. Questa mancanza di audacia, questo voler vincere facile e giocare sul velluto ha penalizzato e ridimensionato le attese.
Addirittura mi sembra un piccolo passo indietro rispetto al precedente Ageless Violence, più fresco e con qualche idea in più.
Aspettiamo il terzo sperando che provino a diventare più audaci e più coraggiosi nelle scelte. D’altronde, la faccia di chi non deve chiedere mai ce l’hanno. Che la usino!



