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Aspettavo con ansia il nuovo lavoro di Zakk Wylde e, quando finalmente è arrivato il promo di Engines of Demolition soltanto tre giorni prima dell’uscita, ho capito subito che non avrei avuto il tempo necessario per analizzarlo e godermelo come merita. È anche per questo che questa recensione esce “in ritardo”: volevo prendermi qualche ora in più per lasciarlo sedimentare, per sentirlo girare nelle cuffie e nell’aria, per farlo mordere e accarezzare allo stesso tempo.
Sin dai primi ascolti è chiara una cosa: il disco conferma e consolida il sound tipico dei Black Label Society, fatto di riff monumentali, pesanti come macigni e riconoscibili sin dal primo attacco (“The Gallows”). Allo stesso tempo, però, percepisco in diversi momenti una spinta più diretta e hard rock, con un sapore quasi alla AC/DC “sotto steroidi”, specialmente in un brano come “Name In Blood”, opener energico, trascinante e fra i migliori del lotto.
La produzione, come sempre per i BLS, è potente, diretta, senza fronzoli, qualcosa che personalmente apprezzo perché restituisce un suono onesto e vivo.
Sotto il profilo stilistico, Engines of Demolition si muove fra hard rock, momenti sabbathiani (“Gatherer Of Souls”) e l’immancabile vena melodica che caratterizza molte delle composizioni di Zakk Wylde (“Better Days & Wiser Times”, “Back To Me”), mantenendo un’identità coesa (“Broken Pieces” con una melodia di chitarra molto avvolgente) pur offrendo una buona varietà interna.
E ancora una volta, non rimaniamo delusi dal funambolico Zakk: i suoi riff, i suoi vibrati, i suoi assoli feroci e le sue pennate ferine sono un marchio di fabbrica che nessun altro riesce davvero a replicare. Rimango sempre affascinato dal fatto che, pur muovendosi su un sentiero compositivo relativamente limitato — e per alcuni forse ripetitivo — io riesca comunque a godermi ogni secondo del disco, della sua energia e della sua attitudine.
Il momento più toccante del lavoro è senza dubbio “Ozzy’s Song”, un vero tributo da un amico a un amico, da un “figlio musicale” al suo mentore ormai perduto. il carattere profondamente emotivo del brano, una ballata in cui Wylde mette a nudo tutta la sua fragilità, intrecciando pianoforte, acustica e un assolo carico di storia. Personalmente, mi ha colpito ancora più di “In This River”, dedicata a Dimebag Darrell: qui si percepisce un dolore adulto, meno furioso, più consapevole.
Oltre a questa struggente power ballad, adoro anche “Lord Humungus”, un brano oscuro e antemico; “The Hand Of Tomorrows Grave”, costruita su riff stoner e vibrazioni sabbathiane; e la super‑energetica “Pedal To The Floor”, un vero adrenalinico pugno nello stomaco, un vero e proprio road‑rage anthem. È un pezzo che va ascoltato a un volume offensivo per i vicini, altrimenti non ha senso.
Nel complesso, Engines of Demolition è un disco che non rivoluziona nulla — e non penso nemmeno che voglia farlo — ma che consolida, rafforza e celebra tutto ciò che amiamo dei Black Label Society: i riff gargantueschi, la pesantezza bluesy, le ballate emotive, i mid‑tempo sabbathiani, la voce ruvida e carica di vita di Zakk (“Broken And Blind”). E soprattutto, quell’equilibrio unico tra energia, sincerità e fedeltà a un percorso musicale che dura da quasi trent’anni.
Un altro capitolo solido, sentito, potente. E molto, molto godibile.



