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Si fa un gran parlare dei Tailgunner, band inglese posta sotto l’ala protettiva di KK Downing, che li produce e sponsorizza… e a mio giudizio i nostri meritano questa attenzione. In una scena affollatissima come quella ‘classica’ (o NWOTHM, o chiamatela come volete voi, credo che ci siamo capiti), dove tutti sfoggiano borchie, attitudine e religiosa aderenza al verbo degli eighties, farsi notare è impresa ardua: anche per un medio conoscitore della scena, quale si ritiene il sottoscritto, da almeno quattro/cinque anni i gruppi si sono moltiplicati a tal punto che c’è il rischio concreto di perdersi formazioni di talento. E come perdonarsi, poi, un tale crimine?
Bastano pochi secondi della titletrack per rendersi conto che i Tailgunner, le capacità e la marcia in più ce l’hanno – e dunque, meno male che siano così esposti mediaticamente! La produzione è pulita senza essere troppo moderna, il sound è abbastanza simile a quello dei KK’s Priest, ma – esito a dirlo – con una nota power in più, il refrain è coinvolgente, gli assoli e il ritmo trascinanti: che volete di più? A fronte di tantissime band che fanno semplicemente la copia carbone delle sonorità anni ’80, mi sembra che gli inglesi ci mettano quel minimo di personalità (un minimo, giustamente, per non allontanare i puristi come me) che fa la differenza. “Tears In The Rain” spinge ancora forse di più nella direzione power; i cori si intrecciano piacevolmente nel finale di “Follow Me In Death”, mentre “Barren Lands And Seas Of Red” è una cavalcata inarrestabile, con un piglio molto più classico. La ballatona “War In Heaven” parte vagamente come “Out In The Cold” dei Judas, ma poi si lancia in fraseggi più epici e pomposi; non si tratta di un brano ‘originale’, perché le trame sono abbastanza convenzionali, ma l’effetto finale è comunque ottimo.
Indovinata anche la scattante “Blood Sacrifice”, mentre ha un approccio leggermente meno aggressivo “Eye Of The Storm”, che può far pensare al sound di quelle band, soprattutto nordeuropee, che si spostano talora verso un hard ’n’ heavy ortodosso non troppo sparato, come gli Ambush o gli Stallion. Il brano migliore lo abbiamo forse in chiusura, ed è l’epica “Eulogy”, che ha un respiro vasto, una pioggia di assoli devastante (oso dirlo: qui e lì il mio cervello ha pensato Dragonforce senza che potessi controllarlo… e non solo per le chitarre, ma anche per i pattern di batteria!), e un refrain che non si dimentica.
Onore dunque ai Tailgunner, che si confermano dopo l’ottimo debutto Guns For Hire, e si candidano ad essere fra le formazioni in grado di sostituire i mostri sacri che, ormai fra pochissimi anni, non saranno più sulla scena.



