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Difficilmente si associa la parola thrash alla Svezia. Parlando di musica estrema, dalla Scandinavia ci si aspettano sempre prodotti di death e “qualcosa”, tipo melodic, black o semplicemente death e basta. E ci stupiamo quando questo genere, prettamente statunitense come il thrash, viene proposto da un gruppo che proviene dalle fredde lande calcistiche che, negli ultimi anni, ci hanno regalato non pochi dispiaceri “mondiali”. Gli Hostilia fanno parte di quello sparuto gruppo di band del Nord Europa che ci provano. E che ci riescono.
Face The Fire è un album thrash metal. Punto e basta. Non lasciatevi ingannare dall’ignobile copertina. Potrebbe erroneamente spingervi a pensare che la parola d’ordine di questa band sia approssimazione. Fortunatamente hanno canalizzato tutte le loro energie nella musica e non nelle arti visive (una cover veramente insignificante e imbarazzante).
I cinque coraggiosi thrasher di Gotheborg sono al loro esordio sulla lunga distanza. Dopo due EP ancora acerbi, eccoli fare il botto con questo disco che ha lasciato a bocca aperta il sottoscritto per la qualità della scrittura e dell’esecuzione.
Formatisi nel 2021, della formazione originale sono rimasti solamente i fratelli William e Albert Lindeblad, rispettivamente chitarrista e batterista. Gli ingressi di Gabriel, Petter e Tim hanno aggiunto quella compattezza spregiudicata di cui il gruppo aveva bisogno.
L’energia giovanile si sente tutta. L’incoscienza della loro età, dovrebbero essere tutti sotto i ventitré anni, li spinge a cercare soluzione variegate e non sempre coerenti. Ma è un caos che non intacca minimamente il valore di quanto proposto, anzi, lo si accetta, e anche volentieri , vista la sincera fiamma ardente che si sente bruciare all’interno di questo lavoro.
Si presentano con un suono di tastiera e chitarra che introduce il primo pezzo “Power Out”, una intro cupa e tetra che trova il suo sfogo a metà durata con una galoppata trionfale di basso e batteria che accompagnano la voce discretamente carismatica di Tim. Un cantante molto legato ai vecchi modelli, forse troppo. Alla resa dei conti, comunque, Angelini ha il giusto atteggiamento e la sua vocalità risponde positivamente alle richieste del gruppo.
Le canzoni hanno quasi tutte una durata superiori ai cinque minuti, lunghezza già impegnativa, ma alla fine risultano piacevoli e coinvolgenti, un plauso agli autori.
“Face the Fire” e “P.T.D.” hanno dalla loro tutta l’incoscienza e il giusto atteggiamento del “chissenefrega”. Thrash sparato a tutto volume e stop. Dopo questa scorpacciata iniziale si rallenta con la successiva “Bone Collector”. A questo punto, gli Hostilia provano a percorrere una strada diversa aggiungendo qualche richiamo doom, rallentando e creando un’atmosfera quasi sognante che viene spezzata dall’urlo raggelante del cantante che spezza l’incantesimo e ci riporta bruscamente nel territorio del thrash più tradizionale e violento. Ostici come il loro nome? Non credo proprio.
“Lord Of Lies” è l’unico pezzo che abbia un retrogusto americano, ma i diversi cambi di tempo e stili lo distingue dalle sonorità di “Frisco” dandogli un tocco “swethrash” affascinante.
L’ultimo pezzo è quello più corto, sotto i quattro minuti. “The Domino Effect” ha il giusto appeal per diventare il pezzo di punta e il brano di chiusura ai concerti.
In un genere dove non è facile innovare, gli Hostilia con la loro semplicità, schiettezza e competenza ci regalano un disco di tutto rispetto. Un esordio che la dice lunga sulle reali potenzialità della band, potenzialità che, se dovessero mantenere le attese, si potrebbero rivelare davvero sorprendenti.
Questo è un lavoro che suona “pieno”. Non ci sono momenti di stanca, anzi, il filo della tensione è sempre ben teso e la fame di scapocciamento non si sazia mai. Ad ascoltarlo si diventa famelici, e questo è un bene.
Face The Fire non suona Bay Area e non suona tedesco. Suona Hostilia. Bravi ragazzi.



