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Osservando i Darklore scommetteresti a botta sicura che i tre tizi in questione siano nativi di qualche regione scandinava. E, come ogni scommessa sicura che si rispetti, ovviamente te la prenderesti in “saccoccia” (diciamo così). Eh sì, perché la band sopracitata proviene niente meno che dall’Australia e sinceramente non l’avrei mai detto.
Fantasy a più non posso con un robusto symphonic/blackened death metal ad affiancare i testi di ispirazione tolkeniana con spunti e sprazzi anche del “Tolkien americano” George R.R. Martin. I titoli delle canzoni parlano da soli e The Great Elven War, beh, direi che non necessiti di ulteriori spiegazioni.
La produzione è indipendente e, sinceramente, meriterebbero un’etichetta dietro che li sostenga, anche se, nonostante il lavoro indipendente e casereccio, il risultato finale è molto buono. A volte mi domando come facciano dei gruppi di questo livello a non essere ancora “accasati”, mentre altri che definire band è un oltraggio al pudore, vadano tranquillamente avanti con le spalle coperte e continuino a sfornare dei dischi che non andrebbero bene neanche come sottovaso e cd che non useresti neanche come sottobicchiere. Ovviamente intendo accasati per meriti e non per aver dato via la “saccoccia” (e diciamo nuovamente così).
In ogni caso, tornando a noi, il connubio tra testi e musica è validissimo. Un incedere trionfale e avventuroso dei racconti, misto all’epicità e alla pesantezza della musica, rivela un ottimo livello di studio e preparazione dei musicisti australiani. Il contesto narrativo è al pieno servizio delle note. Cinematograficamente, o teatralmente, sono perfetti.
Quasi settanta minuti di musica, oggi, possono sembrare un suicidio, ma alla fine il risultato è talmente piacevole che si riesce quasi a passare sopra a questa “scommessa”. C’è da dire che con qualche minuto “allungato” in meno sarebbe stato perfetto. Infatti, avrei dato mezzo voto in più se la durata dei brani fosse stata leggermente inferiore. A volte sembra che si voglia a tutti i costi raggiungere una certo minutaggio quasi per evidenziare ed esaltare la bontà della scrittura, che rimane comunque di ottimo livello.
L’immaginario fantasy della grande battaglia elfica inizia con “The Hunting Grounds”. Una sontuosa e lunga introduzione orchestrale prepara il terreno allo scatenarsi improvviso e aggressivo del black/death. Una mossa che sembra contrapporre la sensazione solenne iniziale alla cruda e fredda “caccia” successiva.
Più melodico il secondo brano, “Descendants Of The Pale Moon”, dove l’epicità delle chitarre viene “sfregiata” dalle urla e dal growl alternato dei due cantanti. Una soluzione, questa doppia voce, che accentua il contesto narrativo in modo importante, oltre ad essere musicalmente funzionale.
Il secondo singolo “Servants Of Sauron”, quello che ho preferito, ha una base di tastiere e riff veramente tosti e massicci che fanno di questo pezzo il momento più strettamente Darklore del disco. Con un finale quasi folk e un’aurea celtica che ben evidenzia il momento particolare della narrazione, possiamo prepararci alla seconda parte del viaggio, tra scontri e battaglie di elfi, mostri e demoni.
La parte death, in generale, è molto ben eseguita, mentre quella che possiamo chiamare la parte black, a parte un sottofondo ambientale in alcuni pezzi, non è che sia poi così evidente; almeno io non l’ho percepita così importante, integrante sì, ma non evidente. Ma questo non è un difetto, anzi, è sintomo di una scelta precisa e di un grande equilibrio che il gruppo è riesce puntualmente a raggiungere.
Chiudono “The Great Elven War” e “Wrath Of The High Heavens” con entrambe i loro dieci minuti di durata in dote. Ecco, forse a questi due pezzi una smussata gliel’avrei data. Ma forse è proprio il genere fantasy a richiedere queste maratone interminabili. D’altronde trovare un libro, un film o un disco di questo tipo con una lunghezza “umana” è praticamente impossibile.
Molto bene questo The Great Elven War. I Darklore si dimostrano a proprio agio dall’inizio alla fine. Hanno voluto esagerare e rischiare e questo lo apprezzo. Forse qualcuno preferirà ascoltare qualche canzone ogni tanto piuttosto che tutto l’album intero. Ci sta. Ma la loro audacia deve essere premiata. E anche la loro voglia creativa così “espansa”.
Chiariamo, possono fare anche meno, non che debbano per forza sfornare trilogie da “millemila” pagine o note, ma altri buoni album certamente sì che possono. E questi me li aspetto, anche con sufficiente ansia.



