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Il ricordo dell’ultimo tour cui ho assistito per i venticinque anni di Burn My Eyes al Live Club di Trezzo era ancora vivido, ma l’appuntamento all’Alcatraz di Milano con ‘An Evening With Machine Head‘ ha riscritto le regole del gioco.
Senza gruppi spalla a scaldare i motori, la responsabilità di accendere la serata è ricaduta interamente sulle spalle di Robb Flynn e soci, che per quasi tre ore hanno trasformato il locale in un tempio del metal.
Nonostante un’affluenza di pubblico non ai massimi storici per una band di questa caratura, l’energia sotto il palco è stata palpabile fin dai primi istanti.
Alle 20:00 precise le luci si sono abbassate e l’attacco frontale di “Imperium” ha dato il via alle danze, seguita immediatamente dal classico “Ten Ton Hammer” scatenando i primi moshpit.
È stato un piacere immenso ritrovare in formazione Wacław Vogg Kiełtyka dei Decapitated alla chitarra solista: il suo ritorno per la tranche europea del tour ha regalato una precisione tecnica incredibile, fondendosi perfettamente con il basso di Jared MacEachern e il drumming forsennato di Matt Alston.
Il concerto è stato un saliscendi di emozioni e violenza sonora.
Brani come “Choke On The Ashes Of Your Hate” e “Now We Die” hanno alimentato circle pit incessanti, mentre durante “Is There Anybody Out There?” la coreografia prevista ha trasformato l’Alcatraz in una gigantesca bandiera italiana, con le parole del ritornello apparse sugli schermi per essere cantate da tutti i presenti.
Uno dei momenti più esaltanti è arrivato con l’ingresso a sorpresa di Helena Kotina delle Nervosa, che ha affiancato Vogg in una versione incendiaria di “Outsider”, prima di lasciare spazio alla maestosità di “Locust” e alla successiva “Bonescreaper”.
Verso il finale, la band ha concesso un attimo di tregua con la parentesi acustica di “Circle The Drain” e “Darkness Within”, offrendo al pubblico il tempo di riprendere fiato prima del colpo di grazia.
Si torna sottopalco ed ad accoglierci ci pensa Robb con “Catharsis” e “Bulldozer” e poi “From This Day” per rimetterci subito tutti in riga: circle pit, stage diving e wall of death, non ci si capisce più nulla.
E come un treno in pieno volto arriva l’intramontabile e devastante “Davidian”, che ha letteralmente ribaltato il locale e di cui lo stesso Robb ha detto essere il pezzo migliore di sempre e chi potrebbe contraddirlo…
Prima del gran finale c’è stato spazio per un sentito ringraziamento e un omaggio a Ozzy Osbourne sulle note di “Iron Man”, e la chiusura definitiva è stata affidata ad “Halo”, un inno monumentale che ha visto l’intero Alcatraz cantare all’unisono l’assolo e il ritornello, un muro di suono che ha messo il sigillo a una serata memorabile.
È stata una botta assoluta, un set fiume di due ore e quarantacinque minuti che ha lasciato i presenti stremati ma consapevoli di aver assistito a uno dei migliori live metal dell’anno
Un ringraziamento sentito va a MC2 Live per aver reso possibile questo evento, gestendo alla perfezione la produzione di uno show così lungo e intenso.
In definitiva, i Machine Head si confermano una certezza per chiunque cerchi uno spettacolo concreto e generoso in termini di durata e intensità. Una serata che ha premiato chi ha scelto di esserci, dimostrando che, oltre ai grandi numeri, conta soprattutto la sintonia che si crea tra palco e pit.
Alla prossima.











