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Gli svedesi Degreed tornano in pista con il loro sesto album in studio Curtain Calls, confermando di essere una delle realtà più fresche e sottovalutate del panorama hard rock melodico e dell’AOR moderno. Con il nuovo platter confermano ancora una volta la propria maturità musicale e la capacità di continuare a esplorare le diverse sfaccettature del rock melodico internazionale e contemporaneo. Il sound è sempre un potente hard rock senza fronzoli e con tanta melodia che lo rende molto accessibile grazie anche a delle venature pop capaci di dare più armonia in alcuni pezzi. L’album si apre con l’energico singolo “One Helluva Ride”, un fragoroso e veloce brano che chiarisce fin da subito la volontà degli scandinavi di mettere in mostra il loro lato piu’ duro ed heavy grazie anche all’ipersonico e lunghissimo assolo chitarristico di Daniel Johansson. I potenti giri di chitarra e la battente sezione ritmica, sostenute dalla caparbia e pulita ugola di Robin Eriksson fanno il resto rendendola adatta dal vivo.
Il cantante Robin Eriksson commenta così il brano: “Questa è una delle canzoni più veloci, o forse la più veloce, che abbiamo mai fatto. Un brano molto giocoso e divertente. Se leggete tra le righe del testo, però, troverete un tono più serio.”
Dopo questo travolgente inizio, arriva “Holding On To Yesterday”, che mostra il grande equilibrio del gruppo di abbinare potenza e melodia. L’approccio moderno è evidente così come la ricerca costante di un ritornello melodico che possa attenuare la robustezza dei riff e degli assoli chitarristici sotto i colpi della solita battente sezione ritmica. La produzione affidata a Mats Eriksson è limpida ma potente e ogni strumento ha il suo spazio, con un mix che esalta le tastiere moderne senza sacrificare il “mordente” delle chitarre, come nel caso della sdolcinata “Believe”, una gradevole ballata che abbassa leggermente il volume affidandosi prevalentemente ai campionatori. Qui i Degreed attingono dal puro AOR ma anche dal pop catapultando l’ascoltatore verso atmosfere ottantiane per via anche di uno indovinato e super orecchiabile ritornello che non si toglie dalla testa. La successiva e rapida “Guiding Light”, cambia di nuovo direzione puntando su un classico hard rock infarcito di tocchi blues sovrastati però da graffianti riff chitarristici e dalla solita autorevole sezione ritmica. Il refrain e’ sempre melodico, ma i ragazzi soprattutto nella parte finale elevano un vortice sonoro di duri e vorticosi assoli chitarristici sostenuti brillantemente dalla batteria di Mats Eriksson e dal basso di Robin. Quest’ultimo si conferma anche come un ottimo cantante del settore perché la sua voce è pulita, potente e dotata di un timbro distintivo che solleva anche i passaggi più semplici.
Piace pure la cadenzata e malinconica “My Blood”, una specie di ballata che sprizza emozione e rabbia nel fresco e a tratti aspro cantato del singer vichingo. La rabbiosa e robusta title track, “Curtain Calls”, è quel classico brano hard rock che emana energia e ribellione. L’intermittente sei corde elettrica dal sapore settantiano alla Blackmore e la sezione ritmica guidano la furia del quartetto svedese, ma allo stesso tempo la tastiera di Mikael Blanc attenua la forza d’urto degli altri strumenti creando dei momenti più leggeri e melodiosi che mettono però da parte il discreto ritornello. In certi momenti sembra di sentire il tipico sound dei Judas Priest mischiato con quello dei Dee Purple e il risultato è alquanto gradevole per via di una grande virtuosismo strumentale.
L’inizio della soave tastiera e dell’arpeggiante chitarra classica sono il biglietto da visita per “The Rambler”, una traccia dal sapore celtico e folk influenzata da un’epica atmosfera accompagnata dalla tastiera e dalla voce cantilenante e armoniosa del bravo Robin. Il proseguo con l’accattivante singolo “Matter Of The Heart”, i musicisti nordici inseriscono ancora molte parti ambientali che si alternano ad altre rock culminanti in un ritornello molto orecchiabile. I sintetizzatori la fanno ancora da padrone trasportandoci in scie melodiche coinvolgenti e celestiali che fanno sognare ad occhi aperti. Il marchio di fabbrica della band continua con la penultima e rapida “Broken Dreams”, che segue la stessa direzione, ma aumentando il ritmo e la potenza sonora grazie anche ad una indiavolata tastiera che cerca di contrastare una massiccia sezione ritmica ed una graffiante chitarra elettrica. L’ultima, “Promise Me”, è sorprendentemente un cupo e melanconico lento con un’iniziale e arpeggiante chitarra acustica e una sottile keyboard che permettono alla passionale voce di Eriksson di elevarsi con particolare intensità, lasciando alla fine una percezione di delicatezza e calma fungendo da perfetta e appagante chiusura del disco. Per fortuna, verso la fine dal brano la chitarra elettrica, complice anche un elegante e conciso assolo, ridà vigore ad una composizione all’apparenza troppo mielosa e triste, ma divinamente interpretata dall’ottimo Robin.
Con Curtain Calls, i Degreed in piena maturità creativa, realizzano uno degli album più solidi e incisivi della loro intensa carriera artistica. Consigliatissimo!!




…questa band, in carriera, ha scritto belle canzoni davvero!…..non hanno pero’ un vero e proprio album completo in discografia….forse dead but not forgotten e’ stato l’apice….sto ascoltando questo nuovo ma al mio orecchio suona per lo piu’ deludente…trovo solamente alcuni pezzi davvero buoni a nome holding on, believe e curtain calls ma per il resto mi sembra un album troppo frettoloso, peccato,perche’ la band merita anche in sede LIVE!!!!