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A costo di specificarlo in ogni recensione, da oggi alla fine dei tempi, il 2024 è stato l’ultimo anno di pubblicazione di dischi del quale gli ZZ si siano interessati. Con pochissime eccezioni. Questo perché l’ingerenza dell’intelligenza artificiale è già palpabile e non è quello un mondo del quale gli ZZ vogliano far parte, né siano disposti a tollerare, mai e in nessuna misura, né del quale vogliano avvalersi occasionalmente sotto la morbida protezione dell’ « è comodo » (la comodità: madre della cretineria) o perché « una volta ogni tanto non fa male a nessuno » (il più stucchevole tra gli alibi dei deboli), né cui accettino mutamente di sottostare in virtù di una presunta corsa dei tempi.
I tempi non sono un ente sovrannaturale che nessuno può contrastare. I tempi sono la volontà della maggioranza, siamo noi, siete voi, sono tutti. I tempi non cambiano da sé, né i suoi cambiamenti corrono da sé: li forgia l’ignavia collettiva, la dabbenaggine popolare, il benestare di qualsiasi babbeo privo di un pensiero proprio. Un plebiscito.
Fa piacere sapere che esiste ancora l’Underground Symphony. Ero convinta che avesse chiuso i battenti da un pezzo, stritolata dalle crudeli regole di mercato. Sembra passato un secolo da che sfornava a tutto spiano dischi di Labyrinth, Skylark, White Skull e quant’altro potesse appagare i palati aridi degli (sparuti) affamati di sonorità metal – quando la parola non si trovava ancora sulle riviste da massaia e non era appiccicata a qualunque cosa si muovesse.
Altri tempi. Non ripetibili.
Quel quadrante musicale non è e non era esattamente il mio pane quotidiano ma ricordo l’ammirazione con la quale guardavo ai gruppi nostrani compiere un passo che non era scontato arrivare a muovere.
Dovrebbe far riflettere che, allora, era considerata una strategia commerciale il canto in italiano, quasi tutti i metallari usavano infatti l’inglese. Oggi il pubblico non si preoccupa degli intenti anti-artistici di chicchessia e non è in grado più nemmeno di pensare in italiano: sicché quell’enunciato si è fatto non solo incomprensibile, ma un sillogismo irrancidito.
Non conosco il passato degli Swarm Chain e non so dire se Cernunnos rappresenti un passo in una qualche direzione. Posso però dire che non siamo di fronte a uno schema/quadro/ecc. di death doom metal. Il dio celtico della natura ci conduce in un’escursione circolare, che vi parte e vi ritorna.
Il disco si sviluppa in maniera speculare sicché “Cernunnos” e “Sacred Ember”, rispettivamente la prima e l’ultima canzone, sono le uniche che ascriverei al genere. Giri grevi e solidi, voce grossa cui si alterna quella pulita, basso e batteria per lo più lineari. Procedendo al centro dello specchio, “The Storm Within” e “The Shaman”. Siamo nel periodo ’93–’96 dei Paradise Lost, quello della sterzata verso un universo accessibile (manca la guida solista, che era la firma di Mackintosh): i toni si smorzano, il filtro è tragico e decadente, la voce sporca gioca (d’azzardo) con la melodia e la retroproiezione solare sottrae umidità alle nuvole.
Ho ascoltato l’album lungo troppe settimane e lo stridore non accennava a diminuire. Cosa non andava? Cos’è che lo zavorrava? Poi mi sono mossa. Ho osservato con attenzione il cuore dello specchio, ed eccola lì la zavorra, la buca nella quale Cernunnos si ferisce irrimediabilmente. “Earth’s Silent Secret” dissolve la buona riuscita dell’intero lavoro. Un brano sbagliato; noioso e lezioso.
Se decideste di provarlo, programmatene l’ascolto avendo cura di saltare quella buca e, se riuscirete anche a digerire i suoni tutti simulatori e fandonie da studio, potreste allora sentir in bocca, foss’anche solo brevemente, il sapore di quel tempo perduto.



