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Il tempo vola sia che uno si diverta sia che se la passi male e da quando ho scoperto la band – o per meglio dire il progetto solista – Hellripper nell’ormai lontano 2020, anno sconsacrato dal Signore per i motivi che tutti noi sappiamo, non si può certo dire che le clessidre non siano ruotate con particolare celerità. In uno spazio temporale così limitato ma altresì ridotto, lo scozzese James McBain ha avuto modo di pubblicare ben tre dischi di quattro che compongono la discografia compreso il nuovissimo Coronach e traslare la propria fama da relegata nell’underground dei locali fino a spostarla stabilmente sui palchi dei più grossi e importanti festival europei.
Il merito di questa inarrestabile crescita è dovuto in maniera sostanziale alle proprie gesta compositive e ad una foltissima attività dal vivo più che non a comparizioni ridicole su qualche social o a siparietti conturbanti buoni solo a far chiacchierare qualche comare del metal come ultimamente accade sempre più spesso. Non esiste buona o cattiva pubblicità, ma solo pubblicità direbbe qualcuno e su questo ne convengo ma di certo esiste la pubblicità seria e quella ridicola, nella quale per fortuna il nostro ha avuto l’accortezza di non cadere.
D’altronde la vena sgangherata e umoristica che a volte ha contraddistinto alcuni episodi dei passati dischi continua ad andare di pari passo con la bontà dell’offerta che viene posta in essere con il passare degli anni con un miglioramento ed un’evoluzione della propria formula Black/Thrash (o Speed Metal per chi lo desideri) che non sembra vedere all’orizzonti cedimenti rilevanti.
A cominciare dall’assalto immediato di “Hunderprest” sappiamo di trovarci dinnanzi ad un disco di Hellripper arricchito però da una superiore capacità di particolareggiare le sezioni, unendo quelle più vorticose ad altre più atmosferiche e ritmate. Addirittura nella canzone iniziale qui citata troviamo tre parti sostanzialmente divise dalle fasi soliste del cantante e chitarrista ideatore del progetto le quali sfumano lentamente in un inedito sound progressivo dettato dalla tastiera.
In quasi tutti i brani è possibile riscontrare qualche elemento che crea distacco dal passato, se non tanto nell’impostazione stilistica che ovviamente rimane fissa su bpm altissimi e riff di chitarra affilati e taglienti, quanto nell’aggiunta di elementi di spicco come il “breakdown” di chitarra acustica che spezza la divertente e quasi hard rock – per quanto si possa essere Hard Rock in un disco del genere – “Kinchyle (Goatkraft and Granite)”, primo singolo del lavoro.
I circa quarantacinque minuti dell’opera scivolano senza pesantezza o forzature anche se alcuni episodi come la più thrasheggiante – ed ignorante – del lotto “Blakk Satanik Fvkkstorm”, l’arabeggiante “Sculptor’s Cave” e ovviamente la lunga traccia che dà il titolo al disco spiccano per intensità e varietà con l’ultima in grado di elevarsi a piccola suite con tanto di cori simil gregoriani e sezioni intensissime verso il finale con strumentali e assoli di grande qualità.
Dopo quattro album editi, si può senza troppi pericoli affermare che la stella nera di Hellripper splenda di atra luce propria e che possa senza grosse difficoltà continuare a rappresentare negli anni a venire una base ispiratrice per chi si avvicinerà a questo sottogenere del metal estremo.



