IMMOLATION – Descent

Titolo: Descent
Autore: Immolation
Nazione: Stati Uniti
Genere: Death metal
Anno: 2026
Etichetta: Nuclear Blast Records

Formazione:

Ross Dolan – Voce, Basso
Robert Vigna – Chitarra
Steve Shalaty – Batteria
Alex Bouks – Chitarra

 


Tracce:

01. These Vengeful Winds
02. The Ephemeral Curse
03. God’s Last Breath
04. Adversary
05. Attrition
06. Bend Towards The Dark
07. Host
08. False Ascent
09. Banished
10. Descent


Voto del redattore HMW: 8,5/10

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Descent è il dodicesimo album degli Immolation. Una band che è in giro da trentotto anni e suona death metal. Ripeto, death metal.

Se ascolti questo genere di musica li avrai certamente ascoltati e apprezzati, o forse no. Ognuno ha i suoi gusti, magari non ti piacciono e ti senti libero di esprimere il tuo pensiero, giusto? Sbagliato! Se sei un appassionato e ascolti “IL” death metal e non ti aggrada questo gruppo, dammi retta, cambia mestiere e ascolta altro e, soprattutto, non dire in giro o anche ad alta voce che sei  un appassionato. Drastico? Esagerato? No. So tutto io? Sì.

Dopo questo bagno di umiltà e dopo questa mia dichiarazione di estrema devozione verso il gruppo americano che non ammette repliche (oggi sono veramente un amore), chiuderei qui il discorso “senti cosa ne pensano gli altri”.

Dalla prima demo del 1988 ad oggi non hanno sbagliato un colpo. Non c’è un disco o qualsiasi altra loro tipo di produzione che possa essere definita mediocre o sottotono. Nessuna.

Dal vivo, poi, continuano a triturare ossa e offrire live che definire semplicemente “concerti” è veramente riduttivo e quasi offensivo. Li ho visti recentemente a Milano, dove sono andato quasi esclusivamente per loro, e hanno semplicemente fatto il solito spiacevole “lavoretto” ai passeri. Li puoi mettere ad aprire una serata black, a chiudere un festival del liscio o piazzarli nel mezzo di  un evento country in un maneggio, che, comunque, la loro porca figura la faranno sempre. Sempre. Perché hanno mantenuto la professionalità, la voglia, la passione e la grinta degli esordi. In parole povere, hanno ancora quella che si dice “attitudine”.

Quale possa essere il segreto della costanza e dell’alto livello delle loro uscite trovo che sia spiegabile solo con l’assoluta  fedeltà alle loro origini. Hanno introdotto pochi cambiamenti modaioli riuscendo sempre a dare quel tocco di moderno alla loro scrittura ed evolvendosi senza mai esagerare e senza seguire forzatamente i trend del momento, mantenendo, anzi,  un’identità precisa e un sound immediatamente identificativo ed identitario del loro essere. Sempre americani fino al midollo, senza guardare alle sonorità europee o scandinave, hanno seguito la loro strada, possiamo anche dirlo, infischiandosene delle “eventuali e malsane” richieste di provare ad aggiungere del core (non inteso come cuore in romanesco) al loro death. Non era proprio per loro. E così son rimasti sé stessi, cattivi e capelloni come piacciono a me e a tanti altri.

Descent è la conferma di quanto scritto sopra.

Iniziamo la discesa agli Inferi con “These Vengeful Winds”. La voce di Ross entra strepitosa come sempre a infettare con la sua ferocia i riff dissonanti di mister Vigna. Il malinconico rallentamento finale è quasi un’introduzione alla raffica di pugni dritti allo stomaco della successiva ” The Ephemeral Curse”. Il death metal, signori, il death metal. Chitarre distorte, ritmica “motorizzata”, brutalità intermittente e un assolo dal suono acuto e stridente da farti sanguinare malamente le orecchie. E siamo solo al secondo pezzo.

“God’s Last Breath” è un momento più atmosferico, più cupo. Insieme ad “Host” sono i due brani con il più alto tasso di energia sinistra. Pelle d’oca con sensazioni di paura miste a timore di essere trascinati “là sotto”. Sensazioni come quelle ben raffigurate negli occhi della dolce e innocente donzella in copertina.

Ancora puro death in “Bend Towards The Dark”. Partenza a razzo e velocità costante di crociera in stile aereo Concorde degli anni d’oro. Rallentamenti, macchè! E non sia mai che facciano un riempitivo.

“Adversary” e “False Ascent” danno bella mostra della tecnica ancora in possesso di questi amabili vecchiacci e soprattutto esalta le qualità dell’ottimo batterista Steve Shalaty. “Attritorn” suggella definitivamente le capacità vocali di quel mostro di cantante che risponde al nome di Ross Dolan. Ci ha regalato una prestazione  impressionante per tutti i quaranta minuti. Ma soprattutto in questo brano ho sentito quella che, forse, è la voce del demonio.

In “Banished” l’ugola di Ross è a riposo e il pezzo strumentale certifica il momento di magnifica ispirazione dei quattro yonkers con una canzone contorniata da archi e sintetizzatori di grande impatto e suggestione. Aggiungere qualcosa ma senza snaturare. Eh, magari lo facessero tutti, magari.

L’ultima è la title-track. Un omaggio allo stato brado in musica e al senso della parola “selvaggio”. Un pezzo che chiude un disco che toglie ogni giustificazione data agli altri gruppi che “ormai sono in giro da mille anni e possiamo perdonare il fatto che non abbiano più l’ispirazione di una volta”. E che di conseguenza si sentono legittimati a fare lavori di una mediocrità imbarazzante!  E no, non va bene. Citando il titolo di un famoso film di Bud Spencer e Terence Hill: “Dio perdona… io no!”.

Ci sono gruppi dove divento intransigente, un estremista, e questo è il caso, ma non per il “nome” in sé, perché se una band che mi piace pubblica una ciofeca sono il primo a scriverlo, ma perché riuscire a mantenere questo livello per così tanto tempo merita un rispetto e un’attenzione che, per quanto riguarda l’opinione del tutto trascurabile del sottoscritto, in pochi sono riusciti a meritare.

Il fatto è che non mi sono mai sentito preso in giro da loro. I soldi spesi sono sempre stati soldi ben spesi, per un buon prodotto e non soldi utili solo a completare un’ennesima discografia. Visti i tempi, non mi pare poco.

Oscar Wilde scriveva: “Nel bene o nel male, purché se ne parli”. Come avrete già capito, in questa recensione e per quanto riguarda gli Immolation in generale, la parte “o nel male” non è contemplata.

Quando, dopo quasi quarant’anni, non hai più niente da dimostrare eppure hai ancora voglia di farlo… Stima infinita.

Se fossi una pianta sarei un ginepr(i)o. E quindi: “Che disco ragazzi! Io sono a posto così”.

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