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Nella meravigliosa ed alquanto suggestiva cornice di Piazza Ariostea – in cui il poeta scruta dall’alto gli astanti (chissà se mai un musicista ci ha fatto caso) – alle 21.15 quasi esatte prende vita l’evento che aspettavo dal suo annuncio, quasi un anno fa: A Perfect Circle – live.
Il palco ha la sua caratteristica architettura. Keenan in rialzo al centro, ma dietro di almeno cinque metri. Alla sua sinistra sempre in rialzo la batteria ed a destra tastiere e chitarra ritmica. “A terra” in faccia al pubblico i mobilissimi basso e chitarra solista di Billy Howerdel.
Le immagini sullo sfondo riprendono in negativo i musicisti sul palco, con ingrandimenti e a volte primi piani che trascolorano; a volte le immagini si scindono con un bellissimo effetto doppler. Il tutto sotto il logo inconfondibile del gruppo: il cerchio imperfetto stilizzato. Un po’ di fumo all’occorrenza, la luce crepuscolare che svanisce…e comincia la magia!
Si parte con eleganza e morbidezza: la parola va, quindi, alle nuvolose “The Package” e “Disillusioned”. La fedeltà tra l’esecuzione live ed il mio ricordo dei brani su disco è elevatissima, con accenti più marcati – com’è giusto che sia – dalla presenza della chitarra solista. A questo punto, invece di svoltare verso l’aumento dei decibel, il gruppo prende il sentiero forse più ripido: ci inoltriamo nel clima mite dell’inizio delle danze con “The Contrarian”. Solo dopo quest’ulteriore passaggio parte “The Doomed” seguendo la traccia dell’album Eat The Elephant.
Personalmente ritengo quell’album uno dei momenti più alti di tutta la loro carriera e questa canzone in particolare ne è la quinta essenza: avete mai visto il video? Certo che sì. Monumentale. Eat The Elephant è un disco strepitoso in primis perché sprigiona al massimo le risorse e le doti della voce, attraverso linee e armonizzazioni lavorate con cura nel dettaglio, per niente banali ma semplici nella loro efficacia. Un artefatto in cui emerge la genialità di Howerdel, sempre più capace di scegliere un’ampia varietà di strumenti tali da arricchire lo spettro comunicativo.
Dove siamo rimasti? Ah già! Dopo “The Doomed” si passa all’attacco con “Weak and Powerless” per poi tornare a ritroso indietro di 26 anni con “Rose”, tratta da Mer De Noms: vabbè… ciao! Si potrebbe già finire qua mentre le chitarre distorcono il segnale come rombi di tuono ma (per fortuna) sono passati solo 30 minuti scarsi…
Si rimane davvero succubi del clima temperato nella piazza; è appena calata la sera e le luci sul palco sono sempre più discriminanti. Tuttavia, ciò che si vede e ciò che si ascolta determinano ciò che si sente. Davvero è liberatorio stare a cantare sotto il palco ed apprezzare la qualità del suono, il fragore della batteria , la morbidezza della voce, intessute tutte assieme nelle splendide canzoni che questo gruppo ha forgiato in oltre 20 anni.
C’è, inoltre, tempo per un pezzo inedito in cui il piano è il vero e quasi solo accompagnatore di Keenan. A ruota il nuovo singolo “Starless”: si vede che i ragazzi hanno voglia di suonare qualcosa di nuovo!
Encomiabile l’interpretazione di “Talk, Talk, Talk!” e la decostruzione di “3 Libras” – in pochissimi siamo riusciti ad identificarla – in cui l’iconico arpeggio è totalmente sacrificato da un’accelerazione progressive. Avrei preferito sentire l’originale, ma capisco la scelta di rivisitarla – soprattutto vocalmente è un pezzo difficilissimo che richiede il top della forma: sempre.
Siamo ad oltre un’ora di musica ed ecco che arriva un altro gigante buono come “The Outsider”; la band si muove come se la suonasse per la prima volta e la scarica di adrenalina – un altro importante neurotrasmettitore – mi penetra la corteccia frontale. Mi viene in mente Pulp Fiction: “Ho detto cazzo che botta! Che botta cazzo!”.
Molto interessante il riarrangiamento di “Pet”, più industrial potrei dire. “The Noose” regala ancora emozioni fortissime, in un’atmosfera realmente blue in cui la piazza è concretamente partecipe.
Dulcis in fundo “Judith” con l’apoteosi finale dovuta al prolungamento dell’acuto sul ritornello e ad un serissimo groove generale. Seguono i saluti – sinceri, profondi e brevi – da parte di tutti i componenti di A Perfect Circle, a tutti gli effetti all’altezza delle aspettative e della situazione.
In conclusione, un’ora e venti di musica senza interruzioni – se si eccettua un thank you very much scandito da Keenan a metà concerto – molto ben suonata ed interpretata, show impeccabile, bellissima esperienza. Adesso aspettiamo di sentire il nuovo album in cuffia.
P.s.: non sono sfigurate per niente A.A. Williams e Jehnny Beth, che hanno supportato gli APC. Due stili e due poetiche completamente diverse ma valide e soprattutto coerenti nell’insieme: hanno conquistato un nuovo fan.








