Visualizzazioni post:479
Il virtuoso chitarrista Jared James Nichols, neoacquisto in casa Frontiers, è un amante delle chitarre vintage e del tipico sound del southern rock californiano. Da appassionato di Les Paul, possiede come pezzi pregiati della sua collezione una Goldtop del 1952 distrutta da un tornado e in seguito restaurata, e chiamata Dorothy ma anche una Goldtop del ’53 riverniciata di rosso.
Questo vi fa capire chi ci troviamo di fronte ad un chitarrista di altri tempi che non tiene questi pezzi pregiati per vanto o per il valore degli strumenti stessi ma li utilizza per la magia e per il particolare suono che emettono. I segni sulla finitura, le bruciature di sigaretta e i graffi da fibbia, magari anche le imperfezioni dell’elettronica che le fanno urlare quando l’amplificatore è al massimo sono il puro godimento di un uomo fermatosi ad un primordiale rock and roll, ma comunque adeguato ai giorni nostri. Naturalmente Jared sa che ci voglioso parecchi soldi per permettersi una Gibson dell’epoca d’oro, una Stratocaster pre-CBS e chi più ne ha più ne metta, ma per lui, in generale, la gente perde la ragione per questi preziosi strumenti in quanto ossessionata dal loro valore e dal prestigio che deriva dal possederli. I suoni senza tempo del suo nuovo album in studio Louder Than Fate partono con l’iniziale e ritmata “Let’s Go” in cui il guitar hero americano comincia a mettere in mostra i suoi tratti distintivi sorprendendo più in là nel platter gli ascoltatori perché esplora nuovi territori sonori che oltrepassano il confine del southern rock per approdare al country. In questa traccia ottantiana i veloci e robusti riff della sua sei corde elettrica guidano tutti gli altri strumenti culminando in un travolgente e super melodico ritornello.
Jared James Nichols dichiara: “Per questo nuovo disco, ho riversato tutto il mio cuore e la mia anima, inzuppandolo di vero rock ‘n’ roll. Voglio celebrare la musica suonata da esseri umani e spero che la comunità rock ‘n’ roll venga a vivere questa esperienza con noi in questi eventi intimi in alcune delle nostre città preferite al mondo.”
L’artista è anche noto per il suo inconfondibile timbro vocale, lo stile audace e la carismatica presenza scenica , che lo porta in giro per il mondo guadagnando apprezzamento e giudizi positivi. Infatti, nella seconda “Ghost” la sua cupa e tirata ugola prende la scena in un contesto di blues e potente rock che soprattutto nel finale abbraccia il puro metal grazie alla sua graffiante e grintosa chitarra elettrica. Nel suo nuovo disco si può benissimo utilizzare la parola blues power, che riporta alla mente i periodi gloriosi della fine degli anni’60 e gli inizi degli anni ’70. Ne è un altro esempio la successiva e blueseggiante “Way Back” il cui sound pesca profonde mani dal sud degli USA rendendo il brano molto coinvolgente incalzante.
Questa eredità il bravo Jared la porta molto bene ai nostri giorni toccando con la sua classe i cuori e le anime dei veri amanti del rock and blues, come nel caso della melodicissima e radiofonica “Bending Or Breaking” in cui utilizza anche la sua chitarra acustica e degli ottimi cori. Questa song spiazza rispetto a ciò che si è udito prima perché qui siamo nel campo del commerciale ma il pezzo piace e ammalia già dal primo accordo. Il commovente e stupendo lento “Killing Time” è una sincera ed emozionante traccia che parte in pieno stile southern per poi spostarsi su sonorità più leggere e pop. Colpisce, nella parte finale, la grande energia sviluppata dai prolungati e melodici assoli della sua fedele chitarra elettrica ma anche la sua perfetta e sentimentale voce. Se con queste due ultime tracce lo statunitense amplia la tavolozza sonora con sottili tastiere e arrangiamenti composti da archi cinematografici, aggiungendo molta profondità senza mai sacrificare la potenza, nel proseguo della distruggente “Dust ‘N’ Bones” ritorna al sodo e possente rock and blues dove i taglienti riff chitarristici prendono il sopravvento ma senza mai sopraffare l’elegante armonia sonora del pezzo. La cadenzata ed efficace “Show Me”, strizza l’occhio al puro country mischiandolo con la robustezza del rock, rappresentato da un micidiale assolo chitarristico che mette in mostra ancora una volta l’abilità e la tecnica di questo egregio musicista. Si nota anche un’ottima e moderna produzione affidata per l’occasione a Jay Ruston (Anthrax, Stone Sour, Amon Amarth, Skindred e Steel Panther) e a Roger Alan Nichols (Larkin Poe, Tyler Bryant & The Shakedown e Hayley Williams dei Paramore), che esalta l’emozionante e calda voce di Nichols, ma soprattutto i suoi rimbombanti e infuocati giri di chitarra.
La terz’ultima “Looks Like That Felt Good” è introdotta da una battente sezione ritmica e da una rauca e melodiosa voce che porta facilmente ad un memorabile refrain. La chitarra spazia sempre tra riff bluseggianti e country conditi da lunghi assoli di southern rock che il buon Nichols riesce ancora una volta a combinare egregiamente. Piace anche la galoppante e settantiana “Runnin’ Hot” ricca di bei cori e di massicci assoli così come anche l’ultima e travolgente “Pretend”, puro e tellurico hard rock attenuato solo da un pacato e melodico ritornello che rallenta solo in parte la furia sonora di tutti gli strumenti. Louder Than Fate è un disco che si muove bene tra inni rock di grande impatto e momenti più riflessivi e dinamici, mettendo in evidenza le enormi capacità di Jared James Nichols di fondere le influenze classiche del passato con un tocco contemporaneo e fresco in modo da non rendere troppo datate le composizioni.
Per il resto il suono usurato e sincero delle sue chitarre è la ciliegina sulla torta di un’ottimo disco che merita di entrare nelle nostre case e soprattutto dentro le nostre teste.



