Copenhell 2026 – Giorno 1: Dagli Iron Maiden al punk di Soweto


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Diario di un neurospeziato metallaro tra il sacro e il profano

Mi sveglio che sono le otto e parto con la mia liturgia: prima il caffè, e non un caffè qualsiasi, un caffè in chicchi serissimo, di quelli coi toni d’impero austro-ungarico, che uno cresciuto dove l’impero finiva queste cose se le porta nel sangue. Poi le medicine per l’ADHD. Solo che a un certo punto mi accorgo che le medicine me le ero già prese prima. Doppia dose. E lì la giornata prende una piega tutta sua, sfasata e fluida. Diciamo che il neurospeziato che è in me ha deciso che il Copenhell andava preso col volume al massimo fin dal risveglio. Errare humanum est. Solita coda, solita attesa, e poi dentro.

Dogma: il satanismo è un sottogenere del cattolicesimo?

Aprire un festival col primo concerto non è mai facile, e le Dogma ci sono andate vestite da suore. Suore sataniche, sacro e profano già al primo colpo. La critica le sta stroncando sull’esibizione, ma io ho visto un bello spettacolo e una grande energia. L’elemento plus è la chitarrista solista, Lamia, e qui sta già metà del fascino: Lamia è un nome da palco, una maschera, e dietro la maschera la persona può cambiare senza che la band confermi mai nulla. Identità segrete, culto, mistero coltivato ad arte. Quella che ho visto io tiene il palco da padrona e tira fuori la lingua alla Gene Simmons, tanto che Stefano, attaccato allo zoom, a un certo punto non si capiva più se stesse facendo le foto o ricevendo una rivelazione mistica. 

Roba pesante, e io me la godevo.

Poi arriva quello che come direbbe Deadpool è puro Madonna Power: la cover di “Like a Prayer”, con tutta la distesa di metallari che canta in coro. Immagine fortissima. E qui la domanda che giro a voi, la risposta a voi: il satanismo non sarà mica un sottogenere del cattolicesimo? Le ragazze hanno origini sudamericane, sono figlie di Maria fino al midollo, e a quel punto sacro e profano convergono.

[Stefano] si ci sono anch’io, già ero sottopalco a fotografare la visione della band da vicino, ma questo è il diario di Davide e io interverrò solo da ospite. Troverete le mie incursioni indicate dal box! [/]

 

Twenty-One Children: punk da Soweto e una corda che si spacca

Forse il concerto più figo della giornata. Vengono da Soweto, Johannesburg, e sì, una scena punk a Soweto esiste davvero, andatevela a cercare perché questi hanno qualcosa da dire. Punk grezzo e duro come piace a me, cultura skater portata dentro al contesto sudafricano. Energia bellissima, batterista da tenere d’occhio, e li abbiamo pure conosciuti di persona: gente alla mano, di quella con cui ti fai due chiacchiere e stai subito bene.

La chicca: primo pezzo, primo minuto, si spacca una corda al chitarrista. Per una band abituata a posti piccolissimi, sul palco più grande della propria carriera, è il classico attimo di smarrimento. Cambio corda al volo? No. Vanno avanti da veri punk e fanno un concertone, con la gente che vola nel moshpit. Tutto nel giardino del palco Gehenna, un posto davvero speciale.

[Stefano]

Rompere la D string per un gruppo che suona senza basso ė una condanna al fallimento, non per loro che nel punk ci buttano cuore, stomaco, fegato e anche un pezzo di milza. Finalmente una band che usa il punk per dire qualcosa. Dopo tonnellate di party punk-rock e generiche  invettive anticapitaliste in ritardo di almeno vent’anni. Questo è il punk veramente prezioso, quello che racconta storie. Storie di viscidi soprusi, di ingiustizia vissuta, di speranza nei quartieri degradati, di aiuto reciproco, degli amici persi e della necessità di evadere senza scappare. Provate a vivere anche solo un attimo nelle loro canzoni. È solo per questo che il punk esiste ancora. [/]

 

 

Alice Cooper, settantotto anni di inferno sotto il sole

Uno dei piatti forti. Alice Cooper, settantotto anni, con un’energia che mi fa sentire fortunato a vivere in un’epoca in cui lo posso ancora ammirare dal vivo a fare i suoi pezzi leggendari. Me lo sono goduto tutto, sulla collina, sotto un sole cocente, perché proprio in questi giorni la Danimarca registra temperature mai viste prima. Un caldo da inferno. Un Copen-Hell vero.

 

Slay Squad: Breaking Stuff

[Stefano]

Io e Davide siamo Agenti del Caos. Ma dopo più di dieci anni a Copenhell insieme, ci si sente quasi come una coppia sposata. Così, mentre Davide resta incantato da Alice Cooper, io vado in bagno a fare le cosacce. Le cosacce in questione sono il nu-metal degli Slay Squad.

Intro con “Californication” dei Red Hot Chili Peppers, con Cheeze che si spara tre minuti di scratch e qualche balletto imbarazzante: un inizio da latte alle ginocchia, perfetto per scremare il pubblico e scacciare i poco motivati.

Poi l’entrata di Brahim e Keilo, che cala con tutto il peso della base e una schitarrata che frigge le casse. Scellerati agitatori. Partono con un wall of death alla prima canzone e continuano ad aizzare la folla, fregandosene quasi delle transizioni tra i pezzi. Sia chiaro: questo concerto non è per la musica, è per il casino. Chiamalo rap-metal o nu-metal, non cambia nulla: lo scratch grattugia i chitarroni, il rapping butta benzina sul fuoco incitando alla distruzione, sul palco ci sono sei criminali che pompano il pubblico per fare quanti più danni possibile. Devastanti. Unico scopo: far crollare Copenhell.
Butta via i lamenti dei Linkin Park. Butta la disperazione dei Korn. Prendi l’attitudine street di Ice Cube, shakera tutto con sfacciata sbruffonaggine ed ecco a voi gli aizzatori di Los Angeles, in pieno mood Woodstock ’99. [/]

 

Suicidal Tendencies: Mike Muir e il vangelo skater

Band che amo da sempre, tant’è vero che al liceo mi ero disegnato il loro logo sullo zainetto. Leggenda skate, e la filosofia skate è tutta lì: se cadi, ti rialzi. Mike Muir sul palco, lo stesso che da ragazzino mi diceva di pensare con la mia testa, di non fare quello che mi dicono gli altri, you can’t bring me down. Lo dice ancora oggi, e questa me la porto dentro: mi ha formato da ragazzino e mi dà ancora tanto adesso. Un posto speciale nel cuore, per sempre, per Mike Muir.

E poi il basso. Ventidue anni, ed è Tye Trujillo, figlio del Trujillo dei Metallica. Si muove come il padre, forse al momento è persino meglio. Qui famiglia è la parola giusta in senso letterale: Robert nei Suicidal ci suonava prima ancora dei Metallica, e Tye è cresciuto dentro questo giro, con Mike Muir e i membri storici intorno. This is family, e family values veri, perché alla fine Mike Muir è il grande papà che ti insegna le cose giuste.

 

Iron Maiden: la scaletta migliore di sempre

Si arriva alle leggende forti, e gli Iron Maiden fanno il concerto perfetto. Li ho visti tante volte, ma questa secondo me è la scaletta migliore di sempre. La cosa che mi stende è la forma di Bruce Dickinson: canta meglio adesso di cinque, sei, sette anni fa. Ogni pezzo regalava brividi veri.

La chicca è “Infinite Dreams”, che non me l’aspettavo e che dal vivo non gliel’avevo mai vista fare prima: sentirla mi ha fatto sentire bene come poche cose. “Infinite Dreams” è un pezzo di Seventh Son of a Seventh Son, e per me vale doppio: quell’album è stato la prima cassettina metal che ho comprato appena uscita, ce l’ho nel cuore da sempre, e in scaletta è tornato a casa. Poi il finale. Parte “Aces High”, arriva “Fear of the Dark” e pensi ok, è andata, fantastico. E invece no, ti tirano fuori “Wasted Years”. Cosa puoi farci? Niente. Perfetto.

[Stefano]

Abnegazione.
Il povero Bruce è rassegnato: introduce “Run to the Hills” e “Phantom Of The Opera” per l’ennesima volta, ansimando davanti al pubblico: “Tour per i cinquant’anni di carriera… e sono ancora qui a cantare questa canzone…” [this, once again!].
Eppure, il professionista dà il meglio di sé, offrendo un’interpretazione da Iron Maiden da manuale. Ovviamente a noi non frega assolutamente nulla di calpestare i suoi sentimenti: siamo solo felicissimi di farci cantare in faccia per l’ennesima volta “Powerslave”, “The Trooper” e  gli altri classici come se non ci fosse un domani.
Quando sentirete questi pezzi dal vivo, sentitevi amati. Bruce lo sta facendo per voi, solo per voi.
Nel frattempo, Janick Gers vive nel suo sogno personale: ondeggia sopra la realtà, serafico e inarrivabile. Atarassia. Nirvana. Vorrei essere come lui. [/]

Konvent: il cerchio che si chiude

Chiusura di serata con le Konvent. Le seguo da quando ho fatto, probabilmente, il loro primo concerto in un posto minuscolo: quattro ragazze in scarpe da ginnastica, jeans e maglietta, e io che pensavo, come direbbe Nino D’Angelo, ma queste adesso faranno del power melodico. E invece partono con un doom profondo come non ne sentivo da tempo. Lì ho detto Alleluja, I’m a believer.

Il loro show è in continua evoluzione anno dopo anno: adesso tutto in rosso, costumi fantastici, e il violinista su alcuni pezzi che dà quel romanticismo. Quel bilancio tra romanticismo e doom le rende, detto senza giri di parole, una delle cose più grandi e interessanti che la Danimarca abbia da offrire nel genere. Se ti piace il doom, ascoltare e supportare.

E qui il cerchio della giornata si chiude perfetto: si parte con le Dogma e le loro suore, si finisce con le Konvent. Dal sacro al profano e ritorno. Una linea sola che attraversa tutto.

 

 

Giorno uno archiviato. Le Dogma avevano aperto vestite da suore, le Konvent hanno chiuso nel doom: sacro e profano nello stesso giorno. E in mezzo Mike Muir, a ricordarmi quello che mi ripeto da trent’anni, pensa con la tua testa e non lasciare che nessuno ti tiri giù. You Can’t Bring Me Down, appunto.

 

Cos’è il Copenhell

Il Copenhell, per me e per tanti altri, è come il Natale. Anzi meglio, perché non hai lo stress dei regali. È il momento in cui ci si ritrova tutti come comunità, la comunità metal. Tanti amici che si rivedono solo in questi giorni e si condividono momenti che restano. Ed è quella roba lì che non te la dà nessun altro posto. 

 

Crediti

Scrittura:  Davide Bonavida

Foto & Editing:  Stefano_c_o

A crave for darkest black? find the photos on my flickr

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