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Ormai abbiamo un numero infinito di band che si riformano dopo pause che durano decenni e la maggior parte viene poi ripescata dalla nostrana ed esperta Frontiers che tenta di rimetterli in pista per capire se possono avere ancora un seguito. Questo è il caso dei portoricani Mattador la cui visibilità si limita a due album in studio usciti nel 1991 e nel 1994 intitolati entrambi Save Us From Ourselves che riportano quasi le stesse canzoni probabilmente perché uno è uscito solo in versione spagnola. Il quartetto è noto per i suoi esplosivi live aperti in passato per gruppi del calibro di Aerosmith e Iron Maiden. Mattador III è il frutto della reunion del 2022 che vede alla moderna produzione e al mixaggio Bob St John e soprattutto il nuovo bassista, tastierista e polistrumentista Abraham Millett (Third Eye Blind). Il resto della formazione è composto dai membri originari Michael Villegas alla voce, Carlos Benitez alla batteria e alla voce e Miguel “Tito” Rodriguez alla chitarra e al violino. Il sound del combo di Portorico unisce la melodia del rock classico e melodico con una vena di potente e attuale hard rock al quale i musicisti aggiungono un pizzico di progressive. Lo si sente immediatamente con l’iniziale e breve “Awake”, dove gli artisti aprono vorticosamente e in modo sinistro le danze con un possente muro di campionatori e con dei spigolosi riff chitarristici cambiando poi in corso d’opera toni e tempi con il cantato malinconico ma anche incavolato del batterista e cantante Carlos Benitez e di Mike Villegas. I Mattador proseguono con la ritmata e corale “Black Water”, pezzo veloce di puro hard rock melodico in cui l’invadente batteria e il pulsante basso la fanno da padrone. L’ugola del singer sembra somigliare a quella dell’indimenticabile Dio esibendosi in un avvolgente e adrenalinico sound molto vicino ai Judas Priest per una canzone veramente impressionante. Nella successiva e aggressiva “Out For Blood” spicca ancora il puro metal di matrice europea che travolge i timpani dell’ascoltatore più pigro e distratto portandolo a saltare e a cantare a squarciagola. Fenomenale l’assolo chitarristico e al fulmicotone del guitar hero Rodriguez.
Dopo tanta durezza emerge nella sdolcinata e sempliciotta ballata ottantiana “Say You’ll Stay” il lato più sentimentale e debole della formazione in cui si apprezza solo il solito interessante e breve assolo di chitarra elettrica. Probabilmente la pacatezza e la tranquillità non si addicono molto alla loro robustezza qualitativa che esplode subito dopo nella tambureggiante e cadenzata “Levitate”, brano roccheggiante ma mediocre in cui si cerca di dirottare la melodia in un efficace ritornello ma senza un risultato soddisfacente. Ottima però la timbrica vocale e passionale di Villegas accompagnato bene da dei cori di sottofondo e da una base musicale che lo mette nelle condizioni migliori per esprimersi al meglio. I ragazzi vanno poi oltre non facendosi mancare neppure il rock and blues settantiano e classico dei Led Zeppelin in “Crawling”, che sinceramente stravolge tutto ciò che si è udito fino a questo momento.
Purtroppo troppa carne al fuoco che disorienta anche se l’esecuzione strumentale è perfetta. Della serie non e’ ancora finita con le sorprese, in “Same Kind Of Crazy”, troviamo addirittura anche del funky e del glam metal di stampo californiano con un carino e orecchiabile ritornello ma la cui ciliegina sulla torta e’ l’orientaleggiante assolo di chitarra elettrica dell’egregio Miguel. A questo punto del disco sembra di aver perso le coordinate del genere proposto dal gruppo per la troppa varietà dei suoni che rallentano e si calmano di nuovo nello struggente lento intitolato: “Falling Backwards”, guidato dalla chitarra classica e dalle due rilassate e vibranti voci di Carlos e Mike. Bello ed emozionante il mieloso ritornello che mette in pace l’anima e il cuore di chi ha perduto l’amore e vuole recuperarlo. Per completare l’opera i Mattador inseriscono pure due tracce strumentali, come l’atmosferica e coinvolgente “Portal” e l’acustica e inutile “Moksha”. La prima è un’irresistibile canzone hard rock con un raffinato lavoro di chitarra elettrica in stile Satriani, che dimostra la classe e la tecnica esecutiva di Benitez, di Millett e di Rodriguez. Pura esibizione fine a se stessa? Se sei bravo non devi nascondere l’ostentazione delle tue qualità e i Mattador lo fanno sinceramente con eleganza e senza spavalderia.
C’è pure gloria per i Whitesnake omaggiati nell’ultima in scaletta, “No Way Out”, che prende spunto dai suoni del combo di David Coverdale chiudendo con una tipica e nostalgica ambientazione ottantiana che cozza con gli iniziali e freschi suoni dei primi pezzi. Se qualcuno dovesse chiedere che genere fanno i Mattador penso che sia difficile rispondere in quanto attingono da tutte le parti limitando purtroppo la propria personalità artistica ma non per fortuna la loro egregia classe.
Carlos Benitez dichiara: “Crediamo di avere un ottimo album, ricco di canzoni fantastiche, dalle grandi ballate e composizioni acustiche agli inni rock e molto altro ancora. È un’evoluzione della band e ha tutto. La produzione è più orientata verso sonorità organiche, per quanto riguarda il suono dell’album. Non volevamo che suonasse come altre produzioni in circolazione e abbiamo lavorato duramente per trovare il giusto equilibrio, per renderlo potente e attuale, ma diverso da ciò che è considerato standard oggigiorno; e siamo soddisfatti del risultato”.



