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Sono tornati. Un anno dopo la pubblicazione di Culto, gli Infection Code sono di nuovo sul mercato con un nuovo album e una formazione rinnovata. Alla chitarra troviamo Massimo Accornero, vecchia conoscenza e gradito ritorno dopo la sua permanenza nel gruppo nel triennio 1999-2002.
De Reptilium Arcanis è il titolo della loro ultima fatica ed è prodotto anch’esso da Tommy Talamanca. Come nel precedente, ha svolto un lavoro impeccabile riuscendo a infondere un suono industrial, di matrice moderna e arricchito dalle giuste spigolosità e dalle essenziali “scartavetrate”, alle atmosfere intrise di caos controllato e furia primitiva che domina i pensieri della band alessandrina. Un’altra magìa targata Nadir Music.
Devo ammettere che con questo disco gli Infection Code possono vantare una trilogia, che parte da Sulphur, di uno spessore qualitativo raro. Alla sua uscita consideravo l’album appena citato come un punto di arrivo difficilmente superabile dal gruppo, e sono stato puntualmente smentito con il successivo Culto. Ora mi si presenta davanti questo lavoro e non possono che togliermi il cappello davanti a questi “giovanotti”.
C’è una cosa che voglio però dire subito per gli amanti del “ti è piaciuto di più di e meno di”. Lo trovo superiore a Sulphur e di poco inferiore a Culto. Ma questo è principalmente dovuto al fatto che ho personalmente adorato il loro decimo album veramente tanto. Non è assolutamente un passo indietro, tutt’altro, ma quando qualcosa ti entra visceralmente dentro, e Culto mi ha fatto questo, il resto rimarrà per sempre almeno mezzo passo indietro.
L’innesto di Accornero offre una costante solidità e quadratura ai riff che impattano sonoramente in maniera esplosiva e dinamica senza avere momenti di calo, anzi, creando continuamente un muro sonoro dallo spessore impenetrabile. Quadrato.
L’apertura è affidata a “Pater Serpentum”. Al che mi sono domandato se fossero davvero loro o qualcun altro, Meno tirato del solito, iI pezzo è il perfetto ponte tra Culto e De Reptilium Arcanis. Il trait d’union (volevo giocarmi la carta del francese) tra i due momenti, che non rappresentano un cambiamento, bensì un rafforzamento del loro essere.
Gabriele, di cui ho paura a provare a leggere nella mente, ha dalla sua la solita ferocia vocale mista ad una rara capacità interpretativa, sia che si parli di estremo e udite, udite, sia si parli di pulito.
“Mater Vertum” è la canzone più variegata. Un pot-pourri ( a ridaje con ‘sto francese) di stili e influenze che soddisfano ogni palato, mentre “Fermi Paradox – The Nameless Mist” con i suoi tempi dilatati e le atmosfere strettamente opprimenti e pesanti ha quel senso di divagazione sognante e nebulosa che reputo incisiva e complementare per la funzionalità finale del disco stesso.
“False Messiah Squad” e “World Eating Queen” sono i pezzi più immediati. Un fragoroso boato esplosivo che rilascia tutta la sua brutale infezione nell’atmosfera. Ti entrano dentro, ecco le parole giuste, ti entrano dentro! La prima canzone, poi, è semplicemente il termine industrial in musica.
Ottima la prova di Andrea. Il suo basso spinge cavallerescamente quando richiesto e picchia selvaggiamente sfondando la cassa toracica dell’ascoltatore quando dovuto.
Il fastidio adorabile di “King Among Insects” è qualcosa che disturba. Industrial ricercato, ma pesante ed estremo, una ricerca continua di personalità, una fuoriuscita dal convenzionale che trascina l’ascoltatore nel collasso controllato e genuinamente feroce degli Infection Code. Alla fine mi rimane sempre quel senso di inquietudine che voglio e pretendo da loro. Non c’è mai niente di scontato e banale con questa band, mai. Ripeto, mai!
La batteria di Riky. Anima di uno strumento che sa essere nella stessa canzone il motore di un trattore che si trasforma repentinamente in una Ferrari. Cambi, variazioni e precisione. In due parole, Riky Porzio.
Il filo conduttore legato a figure “bestiali” è ciò che lega il discorso generale dell’album che, seppur viaggiando su lidi meno rischiosi del precedente, ha una sua identità ben presente e radicata nel suo essere.
Questa seconda giovinezza sta dando dei risultati che mi portano a inserire di buon grado gli Infection Code nel podio delle band estreme italiane. Dalla loro “fabbrica metallica” (mi piace immaginarli così), fatta di olio sulle mani, fatica e turni massacranti, stanno uscendo delle lavorazioni che ripagano dei sacrifici e del sudore versato. Non so per il futuro, ma quello che so è che oggi l’underground italiano si è arricchito notevolmente con un disco da avere obbligatoriamente in scaffale.
Un lavoro come De Reptilium Arcanis non è assolutamente un album immediato o facile. Le diverse interazioni e sfaccettature lo rende difficilmente digeribile al primo ascolto, ma è proprio nella sua ampia stratificazione che troviamo mille motivi per ascoltarlo e riascoltarlo più volte. Per cogliere le varie sfaccettature che rendono interessante, coinvolgente e amorevolmente “disturbante” il tempo passato in loro compagnia.
La durata è quasi di mezz’ora. Un minutaggio superiore l’avrei gradito, solo trenta minuti non mi bastano, ne voglio di più.
Premuto stop mi sono seduto comodo sul divano. Sorridendo ho pensato “ma pensa un po’ te, ‘sti quattro ci sono riusciti di nuovo, bien joué”. E niente, oggi con il francese va così.



