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Touching New Ground 2026
WILDHUNT + Lilith Legacy
Blah Blah, Torino
26 giugno 2026
In una serata torrida oltre l’inverosimile mi accingo ad avviarmi verso il Blah Blah, noto locale torinese, per assistere al live dei locali Lilith Legacy e degli austriaci Wildhunt.
Provato fisicamente dalla calura devastante di questi giorni e confortato dalla presenza di mia figlia che, avendo appuntamento in zona con degli amici ad ora tarda decide di onorarci della sua presenza per qualche momento (addirittura di venerdì sera), e di mia moglie, la persona che, in tutto il pianeta denominato Terra, meno sta sopportando questo caldo esageratamente anomalo, parto per il mio percorso in auto con il condizionatore a temperature scandinave. Scandinavia del nord, molto a nord.
Il locale è semi-climatizzato, e quel semi è la nostra ancora di salvezza. Cena all’interno e con temperatura sopportabile mettono a tacere, per qualche ora, si intende, le lamentele sulle temperature simil Marte, il pianeta rosso, che ci stanno affliggendo.
Ma, bando alla sofferenze calorifiche, la nostra voglia di metal è più forte di tutto. E, visto il buon numero di persone ansiose di assistere alle performance dei gruppi in cartellone, devo constatare che lo zoccolo duro dell’underground torinese non molla di un centimetro e risponde sempre presente alla chiamata di un concerto nel capoluogo sabaudo.
La serata è organizzata dagli Hounds, storico gruppo della zona, che si è prodigato a mettere in piedi un bill di tutto rispetto e che, per motivi di amicizia e favori reciproci con i Lilith Legacy, si è occupato della buona riuscita dell’evento. Bello vedere una cosa che, ahimè, raramente ho avuto il piacere di assistere tra i gruppi italiani: la collaborazione. Bravi ragazzi. Hounds e Lilith Legacy, siete un esempio raro.
Siamo tutti fenomeni a lamentarci della poca partecipazione a certi eventi nostrani, ma quasi mai vedo musicisti di band italiane presenti in veste di spettatori a concerti di altri gruppi italici. Nemmeno se suonano sotto casa. E non è perché “avevamo un’altra data o avevamo un impegno inderogabile”… semplicemente non ci vanno e basta. Manco ai mini-festival, tranne qualche eccezione, si degnano di sostenere i gruppi che suonano con loro. Pretendono che la gente sia tutta lì ad ascoltarli, ma quando suonano gli altri, sono fuori dal locale a bere e fumare. E va beh… Questo è quanto ho constatato io e vi assicuro che di concerti e di festival italiani underground ne ho visto “qualcuno”.
Ripeto, Hounds e Lilith Legacy, siete un esempio raro.
Fine della polemica e concentriamoci sulla bella serata. I primi ad esibirsi è il trio torinese. E allora sotto con il thrash. Saluto la band, li conosco da un po’, e il cantante-chitarrista Dave indossa una maglietta dei Nuclear Assault. Alla fine, che altro aggiungere, per me ha già vinto così.
Ed ecco i Lilith Legacy pronti a partire. Ho già avuto il piacere di recensire un loro concerto, e confermo quanto di buono già scritto allora. Il loro tocco old-style coinvolge immediatamente tutti i presenti e, visto che io sono uno di quelli cresciuto a pane e thrash anni ottanta, non posso che unirmi al compiacimento generale che aleggia trionfante nella sala. Headbanging vorticosi da parte dei capelloni (fortunati…) e sostegno incrollabile da parte dei diversamente capello-muniti sono la cornice perfetta per questa bella prova dei tre stoici artisti che sul palco tengono botta alla fatica, all’arsura e alle temperature sahariane che ormai, con tutto il pubblico all’interno della location, hanno raggiunto dei picchi mica da ridere. Ma noi ridiamo e ci divertiamo lo stesso, in barba (e su questo me ne intendo) a tutto e a tutti.
“Toxic Circus” è il primo pezzo. Thrash d’annata, di quella buona, e suoni ancora da mettere a punto, soprattutto per quanto riguarda la voce, ancora bassa rispetto al resto. Già con la successiva, “Collateral Murder”, il cantato di Dave inizia a farsi sentire meglio e con “Persecution” prima e “Signed In Blood” dopo, l’atmosfera metallica della Bay Area dei tempi d’oro cala la sua scure sulle nostre teste. Si respira aria di San Francisco con dei velati, ma neanche troppo, richiami a New York, a quella band nuclearmente esplosiva citata nell’introduzione. E che io ho sempre adorato, insieme ad una altro storico musicista americano che purtroppo non c’è più da tanto tempo e che ha fatto e dato tanto al nostro amato genere estremo, Chuck Schuldiner. Chissà se i Lilith Legacy lo ascoltavano o lo ascoltano.
È il momento di un pezzo a cui la band è molto legata, è il momento della cover, di “When the Link Becomes Missing” dei Control Denied. Beh, a quanto pare, lo ascoltano eccome. E allora ditelo. Fantastici.
Dave è in forma, nel doppio ruolo se la cava benissimo, così come Robi al basso, se non ci fosse bisognerebbe inventarla, e Pietro alla batteria, che ha sudato il sudabile e qualcosa di più. Suonano da tanto tempo insieme e si sente.
Unica appunto che mi sento di fare è che a tratti si sente la mancanza di una seconda chitarra a riempire completamento il suono. Nulla di grave, ci mancherebbe, ma dal vivo la resa sonora risente di questa assenza.
“Blind Horizon”, Disguised Devotion” e “Hazmat” chiudono un prova eccellente da parte dei Lilith Legacy.
Grinta, voglia e passione. Se cercate uno di questi elementi in una band, qui li trovate tutti e tre.
Scaletta Lilith Legacy
01. Toxic Circus
02. Collateral Murder
03. Persecution
04. Signed In Blood
05. When the Link Becomes Missing (cover Control Denied)
06. Blind Horizon
07. Disguised Devotion
08. Hazmat
Formazione Lilith Legacy
Dave – chitarra e voce
Pietro – batteria e voce
Robi – basso
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L’Enciclopedia metallica del web alla voce “genere” indica progressive heavy/thrash metal. Li conosco poco, ma per quanto ascoltato questa sera, direi che la parola heavy metal sia più che sufficiente e che descriva i Wildhunt alla perfezione. Ho sentito i richiami al classico più classico heavy che possa esistere e che sia mai stato fatto dalla notte dei tempi. Gillet di pelle indossati a torso nudo, pantaloni sempre di pelle attillati a livello eunuco, camicia aperta fino all’ombelico e occhialoni da sole alla CHiPs sono il biglietto da visita dei quattro viennesi che, incuranti del clima, salgono sul palco ad omaggiarci della loro musica e a sfidare, a quanto pare, pure la sorte.
Il muro sonoro ottantiano che viene proposto dalla band austriaca è un forte richiamo al passato. Ma forte, veramente forte. Sono tornato indietro a quando era presidente Pertini e mi sono risentito giovincello con una voglia matta di ascoltare e “vedere” del buon heavy metal.
Molto suonato, la parte strumentale prevale nettamente su quella cantata, il genere di musica che i Wildhunt offrono ha sì dei richiami progressive, come la durata dei brani che è oltremodo impegnativa, ma alla fine è un tipo di progressive molto alla mano e poco “intellettualoide”.
Otto pezzi totali, dai cinque agli otto minuti abbondanti l’uno, che provengono prevalentemente dal loro ultimo album Aletheia, uscito quest’anno e che segue il loro esordio del 2016. Poco prolifici, si sono formati nel 2011, hanno però nella dimensione live la loro giusta collocazione. Precisi, tecnici e “tamarri” quanto basta per poter suonare in un club di harleysti filosofi.
L’apertura del concerto è affidata a “Touching The Ground”, forse il pezzo più breve. Seguono poi “The Holy Pale” e “Made Man”, due brani carichi di pathos ed epicità che, ripeto, forse su disco risultano più prog-thrash, ma che dal vivo sono carichi di quella “botta” tipicamente heavy che toglie quel marchio ingombrante alla loro proposta. Sia Wolfgang che Julian sono due ottimi chitarristi e si intendono a meraviglia come Robbie al basso e Lukas alla batteria.
Ultimo pezzo il vecchio e inossidabile “Age Of Torment”, un inno arrabbiato e carico di adrenalina che mette il sigillo finale alla loro prova. Nulla da eccepire, forse un po’ statici, ma il palco non ha le dimensioni giuste per poter sfoggiare una eventuale dirompente carica dinamica da sfoggiare e sfogare.
Anche i Wildhunt, stanchi e provati, ci salutano ed io ne approfitto per scambiare quattro chiacchiere con loro. Molto simpatici e affabili ci tengono immediatamente a farmi partecipe del fatto che a Vienna faccia meno caldo. Mia moglie li ascolta e annuisce invidiosa. Dopo qualche foto insieme e dopo che si allontanano verso la stanza adibita a camerino per cambiarsi, mi sorge un dubbio. “Ma come riuscirà a sfilarsi i pantaloni di pelle il buon Julian?”. Al che mi ritorna in mente la serie tv Friends, con Ross che cerca disperatamente di toglierli spalmandosi della maionese sulle gambe. La cosa divertente è che non sono stato l’unico nella sala a pensare a questa scena. Quindi, posso affermare che il pubblico, in generale, non era propriamente giovane.
Se vi capita, ascoltateli e andate ad un loro live, ne vale la pena.
Scaletta Wildhunt
01. Touching The Ground
02. The Holy Pale
03. Made Man
04. In Frozen Dreams
05. Aletheia
06. Thrill To Kill
07. Sole Voyage
08. Age Of Torment
Formazione Wildhunt
Wolfgang Elwitschger – Chitarra, Voce
Julian Malkmus – Chitarra
Robbie Nöbauer – Chitarra
Lukas Lobnig – Batteria
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I concerti a pane e sudore mi sono sempre piaciuti. E questo non ha fatto assolutamente eccezione. Ancora complimenti agli organizzatori, agli Hounds, per aver messo in piedi un live con due gruppi di questo livello.
Soddisfatto, con il resto della famiglia esco dal locale per prendere aria e ossigeno, ma purtroppo all’esterno tutto questo manca. La calura è infernalmente alta anche dopo la mezzanotte e, allora, mi dirigo velocemente verso l’auto per accompagnare mia figlia al secondo appuntamento di serata con i suoi amici. Ma non tengo conto di una cosa. Non ho parcheggiato così vicino dal poter essere esentato dalle lamentele della consorte che, in un lasso di tempo tutto sommato breve, mi riassume tutto quello che si sono detti a tutti i summit mondiali sui cambiamenti climatici. Direi che sta vivendo molto male questa situazione…
Massì, saliamo in macchina, condizionatore al massimo con conseguente crepatura della fronte per l’aria gelata diretta in faccia, e torniamo a casa. Su esplicita richiesta della passeggera ascoltiamo i Sonata Arctica. La voglia di freddo e di paesi nordici è troppa. Non vado sicuramente matto per questa band, ma non mi posso rifiutare. La sconterei, uh se la sconterei.












