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I Sarcasm provano ad intraprendere una strada diversa dallo swedeath classic e tentano di distinguersi da quello che ormai è un mercato sovraffollato di gruppi legati prettamente allo stile scandinavo.
La band è nata nel 1990 e la loro produzione vanta un totale di ben sei demo iniziali e cinque album più qualche compilation. Non ho ascoltato tutto, lo ammetto, ma quanto fatto fino ad oggi mi è sempre parso buono e degno di attenzione.
Lifeforce Omnibound continua sulla falsariga dei precedenti, anche se sinceramente è quello che ho trovato più debole.
Innumerevoli i cambi di formazione, d’altronde dopo trentasei anni si può anche comprendere, e da cinque componenti sono passati a quattro con un solo chitarrista, Peter Laitinen, ed un nuovo bassista, Philip Borg.
Il loro tentativo di provare ad uscire dal solito clichè svedese è evidente. Gli inserimenti black sono marcati e risultano anche interessanti. Ma è l’insieme che suona a tratti slegato e in alcuni punti pure confusionario. La ricerca di una loro originalità si scontra con il forte richiamo all’old school che si percepisce in molti, troppi passaggi. Sembra quasi un ”vorrei ma non posso, forse non voglio o, più semplicemente, non riesco”.
Buona la produzione e, diciamo, buona la copertina. Anche se, nell’insieme e per la musica proposta, la colorazione e l’effetto finale è quasi “power”.
L’atmosfera malignamente opprimente di Lifeforce Omnibound si respira fin da subito e perdura per tutti i cinquanta (la prossima volta anche meno) minuti. Questo l’ho apprezzato parecchio, il disco trasuda di quella perfida malevolenza che non mi dispiace per nulla.
“Altering The Perception”, il secondo brano, ha vinto per distacco. Un inizio aggressivo, transizioni enfatizzate al massimo, ritmica martellante e non ossessiva. Questi elementi ci regalano un brano che, nel contesto di questo disco, mostra picchi di coinvolgimento non riscontrabili nei pezzi a seguire.
Il violino e il pianoforte di “Reward Of Adversity” sarebbe anche un bel momento. Se non fosse che è stato messo lì per introdurre un monologo fuori contesto e lungo. Assurdo.
Lodevole il cantato più acuto e urlato e meno gutturale da parte di Heval. Ho trovato le sue capacità interpretative veramente di “spessore”. Bravo.
E se i richiami agli At The Gates, Dark Tranquillity e perché no, pure Vomitory, fanno le loro incursioni di tanto in tanto, bisogna ammettere che queste sono dosate e ben inserite nel quadro generale del disco. Su questo punto non ho nulla da ridire, anzi, i Sarcasm sono stati molto intelligenti a centellinare per bene le influenze di queste icone del nord.
Cosa invece mi è risultata strana e non mi è piaciuta è stata la combinazione tra le due canzoni finali (tolte le due bonus track) dove una sarebbe dovuta essere un’introduzione all’altra. Ma, tra interruzioni improvvise e curiose riprese slegate tra loro, il tutto è semplicemente spiazzante e poco comprensibile.
Domanda che mi sono posto a bruciapelo: cosa manca? Un pezzo, o magari anche due, che possono essere considerati “forti”. Per intenderci, quelli da inserire nella playlist personale. Tutte piuttosto simili, certamente con una ricerca di personalità e originalità, ma sempre simili tra loro rimangono.
Alla fine dell’ascolto, quello che veramente mi ha convinto meno, o meglio, deluso di più, e di cui non ne capisco l’utilità, sono le parti parlate. Molte, moltissime. Non danno continuità e interrompono il ritmo tante di quelle volte che ti sembra di essere su quella famosa piattaforma di streaming, nella quale la pubblicità tra un pezzo e l’altro ti regala momenti personali di blasfemia e improperi inconsulti verso qualunque multinazionale. Ci fosse stata un’opzione a pagamento nell’album per eliminare gli intermezzi parlati, credo che avrei sborsato il giusto per togliermeli di mezzo.
A chi consigliarlo? Sinceramente non saprei. Tutto sommato i Sarcasm non sono male e anche il disco in sé ha un suo perchè e si fa ascoltare (non troppe volte) anche con le sue lacune. Ma so già che gli amanti dello swedeath storceranno il naso, quelli che sono in cerca di innovazione non ne troveranno a sufficienza e a quelli che adorano il melodic/blackened death metal sembrerà ingombrante la parte black e lacunosa e debole la parte melodic.
Lifeforce Omnibound è un piccolo passo indietro che comunque non intacca la bontà di una carriera dignitosa, sincera e onesta di un gruppo che ha comunque il merito di averci provato e di aver quantomeno osato.



