Visualizzazioni post:336
Il concerto dei Metallica allo Stadio Renato Dall’Ara di Bologna è stato un evento mastodontico, promosso a pieni voti sia dalla critica che dai 47.000 presenti. Rispetto alla discussa e opaca esibizione di due anni fa all’Ippodromo La Maura di Milano, i “Four Horsemen” sono sembrati in uno stato di grazia decisamente superiore: carichi, precisi e visibilmente divertiti.
Ho sempre pensato che chiamarsi Metallica sia stato per il danese Lars Ulrich e per l’americano James Hetfield un vero e proprio segno del destino. I Four Horsemen si sobbarcano brillantemente questo nome riscrivendo la storia del metal mondiale guidando un’evoluzione artistica capace di passare dall’inflessibile thrash metal degli esordi alle sonorità commerciali del Black Album, fino alle sperimentazioni blues di Load. Naturalmente, nel corso degli anni, non sono mancate le critiche feroci ma la band, nel bene e nel male, definisce un genere avendo un proprio e unico stile invidiato e copiato da molti. Sinceramente non mi va di raccontare la storia della formazione californiana, tra alti e bassi, del gruppo metal più importante di tutti i tempi perché già la si sa a memoria e non mi va di annoiarvi. Quindi introduco il concerto del 3 giugno a Bologna dicendo che questo tour europeo, intitolato M72 World Tour dal nome dell’ultimo disco in studio “72 Seasons”, parte dallo Stadio Olimpico di Atene per poi concludersi il 5 luglio a Londra. Praticamente sedici concerti in dodici città, tra cui Francoforte, Budapest, Dublino, Cardiff e la nostra e mia amata Bologna. In Italia purtroppo non si replica, come per alcune delle città prima indicate, il tradizionale doppio concerto in cui il quartetto di San Francisco propone ogni sera una scaletta completamente diversa. Qui si può aprire una lunga discussione in quanto non mi risulta che nel nostro Bel Paese ci siano pochi supporters, anzi! Il motivo principale è sicuramente dovuto alla complessa logistica del loro mastodontico palco centrale circolare e alla gestione dei giorni di riposo del gruppo nel tour europeo ma anche dal fatto che il nostro non è un grande mercato come può essere quello tedesco o come quello inglese per fare un confronto. Meglio non rischiare e concentrare tutto su un’unica data che porti ad un garantito e remunerativo sold out. Come prevedibile Bologna e l’Italia rispondono alla grande e la città felsinea è invasa anche da stranieri provenienti da tutta Europa riempendo così lo stadio con oltre 47000 presenze e provocando di contro anche un po’ di caos nel capoluogo emiliano come è intuibile che sia. In generale la città regge questa dirompente forza d’urto che provoca qualche ingorgo, difficoltà nel trovare parcheggio e ritardi all’ingresso della struttura. Stasera i gruppi di supporto, sono gli americani Knocked Loose e i francesi Gojira.
Vedere i giovani statunitensi Knocked Loose che salgono sul palco del Renato Dall’Ara subito prima dei francesi Gojira e dei Metallica fa una certa impressione. Per una band nata nelle campagne del Kentucky e cresciuta nei club hardcore più sconosciuti, questa transizione verso le arene è la prova definitiva del loro status attuale. Il loro show è devastante e compatto nei tellurici suoni emessi da tutti gli strumenti puntando principalmente all’essenziale senza fronzoli o lunghe pause. Il tempo è poco, circa una mezzoretta, e Bryan Garris (nonostante la paralisi facciale da cui è stato colpito di recente) è un frontman dirompente e micidiale.
La sua aspra e
acutissima ugola taglia l’aria dell’enorme palco e delle tribune con una potenza e una precisione spaventose già dai primi brani per una set list che abbraccia prevalentemente il nuovo album You Won’t Go Before You’Re Supposed To. Spiccano canzoni come l’inquietante e martellante “Blinding Faith” e la mostruosa “Suffocate” che dimostrano come i ragazzi rendano bene anche nelle grandi arene come quella di stasera. I suoni, curati e potentissimi, riescono a non perdersi nel riverbero tipico degli stadi e il massiccio e urlato nuovo singolo “Hive Mind” ne è un esempio lampante in quanto il quintetto picchia duro tanto quanto in studio. Purtroppo, i suoni iniziali non aiutano, risultando un po’ caotici e privi della profondità che invece si odono nei successivi set di Gojira e Metallica. Prova comunque superata e promossi.
Alle 19:00 circa mentre lo stadio va riempendosi pian pianino appaiono i transalpini Gojira che si confermano, ancora una volta, uno dei gruppi dal vivo più devastanti, precisi e impattanti del pianeta, pur dovendo fare i conti con il poco tempo a disposizione e con la consapevolezza di precedere dei mostri sacri come i Metallica.
Visivamente, l’energia del gruppo è straripante, con movimenti continui che attirano l’attenzione di un pubblico, che comincia a riscaldarsi e infiammarsi già dalle prime terrificanti e travolgenti note. Lo Snake Pit degli headliner Metallica, posizionato al centro del campo, aiuta i cugini d’oltralpe ad ammirarli, offrendo al gruppo una visuale a 360 gradi e un sound dalla pulizia millimetrica unita a una violenza sonora e da un tellurico impatto. Niente sbavature per il loro mix di heavy metal, groove metal e technical death metal che ammalia e ruggisce con indiscussi capolavori come “Amazonia” e “Another World” che fanno letteralmente saltellare e urlare la nutrita presenza di pubblico già accalcata sotto e dentro il palcoscenico. Il trascinante e quasi orecchiabile groove è supportato da una supersonica sezione ritmica capeggiata dal batterista Mario Duplantier, autentico motore a scoppio della band. La sua performance dietro le pelli è impressionante sia sotto il profilo tecnico che fisico. Ogni colpo di doppia cassa, ogni compulsivo cambio di tempo e ogni fill sono eseguiti con una potenza e una dinamica che lasciano a bocca aperta anche chi non mastica del suo strumento. I possenti e terrificanti giri di chitarra di Joe Duplantier e Christian Andreu fanno poi il resto provocando in pezzi come la rallentata “Flying Whales” o la violenta “Backbone” un ardore e un’adrenalina indescrivibili.
Un vero e proprio muro di suono sovrastato leggermente dalla timbrica vocale di Joe Duplantier che si basa utilizzando dei controllati suoni gutturali partoriti dal suo diaframma. Il tutto produce dei suoni aggressivi, oscuri e potenti senza sforzare eccessivamente le corde vocali. E’ praticamente un versatile singer capace di unire alle urla più estreme passaggi di voce pulita e melanconica. La ciliegina sulla torta è poi la partecipazione della cantante lirica e mezzosoprano Marina Viotti salita sul palco per riproporre dal vivo “Mea Culpa (Ah! Ça Ira!)” – il celebre pezzo eseguito insieme durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi del 2024, oltre ad accompagnare la band anche sul finale del brano “The Chant”. In conclusione i Gojira ricevono l’acclamato e sincero applauso della gente del pit e del poco ma rumoroso pubblico dello stadio rimasto sbalordito da così’ tanta potenza ed energia. Un vero e proprio rullo compressore che difficilmente dimenticheremo.
Articolo redatto da Christian Rubino
Il pubblico generalista, ormai la maggior parte dei paganti ai concerti dei quattro cavalieri, inizia a varcare i cancelli dello stadio Renato Dall’Ara, le note di It’s a Long Way To The Top (spero sia superfluo specificare gli autori) accompagnano i Metallica alle loro postazioni circostanti il palco; negli imponenti schermi che circondano la struttura Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, detto “il porco”, si fa strada nel cimitero di Sad Hill alla ricerca della tomba di Arch Stanton. Con il rintocco dell’ultima nota di The Ecstasy Of Gold, poco prima che Tuco trovi la sopra citata sepoltura, Lars Ulrich sale sul palco, incita il pubblico nel suggestivo snake pit, e dà l’attacco per il prevedibile, ma sempre amato, primo atto di quello che sarà uno spettacolo indimenticabile: “Creeping Death”. Kirk Hammet e Rob Trujillo fanno la loro apparizione, l’iconica intro finisce per dar spazio al riff principale, ed ecco mostrarsi James Hetfield con tutto il carisma che può trasmettere uno dei frontman più iconici della storia della musica. La formazione originaria di Los Angeles si mostra fin dalle prime battute in ottima forma e a proprio agio con il particolare palco dell’M72 Tour. Rispetto ai colleghi che li hanno preceduti nel pomeriggio, preferiranno radunarsi intorno alla postazione della batteria, e a spostarsi con essa ogni quattro o cinque brani, garantendo agli spettatori del prato di essere, per almeno un quarto del concerto, ciascuno al cospetto dei loro beniamini. Come sempre successo nelle singole date del tour, arriva la volta di “For Whom The Bell Tolls”; durante l’esecuzione dell’immancabile capolavoro assistiamo a un Lars perfettamente sugli scudi, ad un asse Kirk e Rob perfettamente affiatato e a un James visibilmente divertito nell’interagire con la folla: incita, chiama il pubblico ad assisterlo nel canto, dà il cinque agli spettatori dello snake pit antistanti il palco, lasciandogli persino toccare la sua chitarra. Si chiude qui l’unica escursione tra le tracce di Ride The Lightning, passando alla “sorpresa” della serata, per la soddisfazione di chi ha gradito il tentato ritorno alle origini firmato Death Magnetic, il riff di basso galoppante di un sempre magistrale Rob Trujillo rende il pubblico conscio di essere stati catapultati nell’ascolto di “Cyanide”, eseguita in modo travolgente da una formazione in evidente stato di grazia. Sempre a Rob, radunatosi con Kirk attorno alla batteria di Lars, il compito di aprire le danze in favore di “King Nothing”, con un’entusiasta risposta da parte del pubblico, nonostante il brano risalga ad un periodo abbastanza controverso della carriera dei Metallica. Sbrigata la pratica “72 Seasons”, unico brano estratto dall’omonimo disco che dà il nome al tour, seguirà una scaletta dominata dal cosiddetto Black Album. Saranno ben cinque infatti le pescate da Metallica: le attesissime e imprescindibili “Enter Sandman” e “Nothing Else Matters”, il mastodontico macigno “Sad But True”, che vedrà rob Trujillo circolare per lo snake pit sorretto su una pedana dallo staff della band, la struggente “The Unforgiven”, con la sempre suggestiva alternanza di James tra la chitarra classica e la sua ESP Snakebite, fino alla mezza sorpresa che è stata “Wherever I May Roam”. Tra questi brani si ricava il suo spazio “Fuel”, per la gioia di quella MTV generation che avrà sicuramente apprezzato anche la sigla di “Ken il guerriero” eseguita da Kirk e Rob nel loro consueto e piacevole siparietto, sfortunatamente punito dalla sorte con un guasto alla chitarra di Mr. Hammet sulle battute finali (nulla che non sia stato risolto con un rapidissimo cambio dello strumento) . Più interessante la comparsa di “The Day That Never Comes”, forse una scelta azzardata suonarla qualche minuto prima di “One”, vista la “somiglianza” (per essere gentili) con la quarta traccia di … And Justice For All, ma l’azzardo viene ripagato dal pubblico che sembra apprezzare appieno l’esecuzione in prima battuta intima, con James a scandire il riff in clean e a intonare le strofe seduto su uno sgabello, e accorata in seguito, culminando con Rob, Kirk e James raccolti in cerchio sul punto più alto del palco per terminare il pezzo con una delle sontuose armonie che hanno contraddistinto le composizioni dei Metallica da Ride The Lightning fino ad oggi. Il concerto non potrebbe terminare senza i pilastri storici che i Metallica stessi sono ormai “obbligati” a suonare: il capolavoro immortale che è “One” lascia un segno indelebile nella serata; l’atmosfera drammatica e disperata, fino alla ferocia delle sue battute conclusive non sono minimamente intaccate dall’immancabile sbavatura di Kirk Hammett nel primo assolo. Seguirà l’inno per eccellenza “Seek & Destroy”, dove le quattro leggende inizieranno a separarsi e a girare liberamente occupando tutto il palco; arrivando a “Master Of Puppets”, il pezzo che più rappresenta i connotati dello stile raggiunto all’apice della loro carriera, con cui non sfigurano 40 anni dopo. Il pubblico è letteralmente in delirio, e il divieto di pogo vigente nello snake pit viene plebiscitariamente abolito seduta stante. Un imponente spettacolo pirotecnico sancisce contemporaneamente la fine di “Enter Sandman” e del concerto; i protagonisti restano sul palco parecchi minuti, sorridono vistosamente, lanciano cascate di plettri e ringraziano un pubblico particolarmente partecipe che ha infranto il record di presenze allo stadio Renato Dall’Ara (ben 47 mila teste paganti). Inutile soffermarsi a descrivere la qualità del suono, dato che l’esperienza è influenzata da troppe variabili, soprattutto dalla posizione; possiamo solo limitarci a ricordare che produzioni così importanti possono vantare i migliori professionisti del settore, da cui difficilmente uscirà un prodotto di qualità inferiore all’ottimo. I Metallica, superata la soglia dei 60 anni, dopo 45 anni di una carriera, calendario concerti alla mano, più intensa rispetto alla media, consolidatisi come una multinazionale ancor prima che come una band, sono apparsi in uno stato di forma eccezionale e con ancora tanta voglia di divertire e divertirsi. Al quarto anno dell’ M72 tour la prova di James è impeccabile: la voce ha riacquistato in parte quella pienezza che sembrava destinata a perdersi nel periodo tra Death Magnetic e Harwired… to Self-Destruct, alla chitarra resta il faro indiscusso dei Four Horsemen e il suo carisma arriva a essere praticamente palpabile da un pubblico che spazia dall’ascoltatore occasionale fino all’appassionato che ha in casa ogni possibile cimelio della band. Lars riesce a portare a casa una performance convincente, i fill improvvisati non corrisponderanno mai, per forza di cose, alla partitura originale, ma riescono efficacemente a incastrarsi dando comunque una senso organico al tutto. Kirk Hammet è visibilmente in estasi e la gioia che trasmette surclassa qualche piccola stecca lasciata per strada; un plauso poi merita la maglietta con Lola Bunny che mostra gli inequivocabili medi. Rob Trujillo è sempre la solita garanzia; un musicista dalle doti indiscutibili, a questo giro di giostra pure premiate dal mix, fondamentale nelle prime battute dell’esibizione in cui è subito chiamato a essere protagonista nell’iconico break di “Creeping Death”, nel solo di “For Whom The Bell Tolls” e nelle intro rispettivamente di “Cyanide” e “King Nothing”. Calca il palco in modo esemplare (la crab walk al limite del brevettabile è solo un esempio) ed interagisce volentieri e genuinamente con il pubblico (mai si è visto un bassista che suona con le dita lanciare le secchiate di plettri che ha regalato al pubblico). Non resta che uscire dallo stadio accompagnati dalla sensazione di aver assistito ad uno spettacolo a modo suo irripetibile, l’M72 tour è ripassato in Italia ma con il suo palco e la sua produzione (a differenza della data precedente a Milano nel 2024), la multinazionale Metallica ha suonato davanti a quasi mezza centinaia di migliaia di persone con l’entusiasmo di un gruppo di amici in sala prove e ha lasciato al pubblico un ricordo indelebile.
James Hetfield ha detto praticamente a inizio concerto: “We are Metallica, and we are here to make you smile” (siamo i Metallica, e siamo qui per farvi sorridere).
Non mi resta che rispondere: missione compiuta ragazzi. E grazie di cuore!
It’s A Long Way To The Top (ACDC)
The Ecstasy Of Gold (Ennio Morricone)
Creeping Death
For Whom The Bell Tolls
Cyanide
King Nothing
72 Seasons
The Unforgiven
Fuel
Ken Il Guerriero (Spectra)
The Day That Never Comes
Wherever I May Roam
Nothing Else Matters
Sad But True
One
Seek & Destroy
Master Of Puppets
Enter Sandman
Articolo redatto da Lorenzo Valle














