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Quando ho visto la copertina di Vigil dei Lago mi sono deciso. Saranno loro i prossimi da recensire. Non li ho mai ascoltati prima, quindi motivo in più per rimediare ed eventualmente scoprire una nuova piacevole sorpresa.
Tutto sommato è stato un gradevole ascolto che mi ha abbastanza soddisfatto senza farmi strappare i capelli che non ho. Una copertina incredibilmente affascinante, un batterista eccezionale e una produzione di livello alto hanno allietato i miei momenti in loro compagnia. Sempre senza farmi gridare al miracolo, ma facendomi scapocciare quanto basta per far ottenere a questo disco un giudizio positivo.
Provenienti dall’Arizona e con due lavori alle spalle, i Lago hanno pubblicato la loro prima fatica per la loro nuova casa discografica, la Everlasting Spew Records. E devo dire che la scelta ha premiato la loro decisione in modo totale. Onestamente non so il livello precedente con la vecchia etichetta e quindi non posso fare paragoni, ma quanto fatto oggi è veramente impressionante. E a giovarne maggiormente è stata la batteria, che risulta dominante e non opprimente e disturbante come in certe, troppe, produzioni che qualificherei come approssimative e improvvisate.
Il suono è fin da subito un muro massiccio che “riempie” le casse dello stereo e sfonda ogni resistenza che si para davanti. Il lavoro di Brian Miller dietro le pelli è veramente con la elle maiuscola e va di pari passo con la sorprendente prestazione di Cole Jacobsen alla voce. Un’ugola che si adatta a qualsiasi situazione, di natura marcia o di timbro acutamente stridulo, si presenti davanti al suo “cammino vocale”. Non ci soffermeremo e non vi soffermerete sui testi. Perché? Perché, in questo caso, non riusciremo a distinguere una sillaba, anzi, una lettera, di quanto urlato, gridato e vomitato dal buon cantante americano.
“Behold, Ruin” è un inizio che promette bene. Il classico pezzo che apre un disco “spaccando di brutto, fratello” e creando un frastuono così efficace e “spesso” che fa sembrare insufficientemente inefficace qualsiasi impianto stereo. “Fodder” continua sulla falsariga del precedente e il malcelato odio straripante della band viene catapultato sul pezzo fin dalle prime note, ricreando quella rocciosità sonora che è il marchio di fabbrica dei quattro americani. Sei minuti abbondanti il primo brano e sei il secondo. Minutaggi importanti.
E, infatti, da metà disco in poi, oltre alla pesantezza tipica del death metal, si presenta una “pesantezza” mentale che porta a pensare: “e invece di fare canzoni così lunghe, magari accorciare qualcosa e aggiungere un altro brano?”. Così, tanto per fare l’umarell che dispensa consigli non richiesti.
Apprezzo i momenti old school e i blast beat ben inseriti, anche insieme, nel contesto generale. Ma quando sono arrivato a “In A House Of Ill Repute”, sette minuti (!), ho avuto i primi momenti di crisi. Come un ciclista sullo Stelvio, ho iniziato a guardarmi intorno stancamente, ad abbeverarmi e a perdere tempo distraendomi e tralasciando così lunghi momenti del brano. Da qui in poi, ho dovuto riascoltarmi i pezzi rimanenti più volte. Forse, ascoltando due/tre brani per volta, lo si apprezza di più. E infatti, le volte seguenti, ho fatto proprio così.
Complessivamente, però, nonostante l’ottima caratterizzazione del suono, a tratti ho sentito qualche cedimento e ripetizione nei riff. Niente di grave, pochi momenti per carità, ma quanto basta per “rallentare” il mio stato emotivo creandomi distrazione e relax, parole che non si dovrebbero mai pronunciare durante l’ascolto di un disco death.
Ebbene sì, ho dovuto togliere un voto intero al giudizio finale (buuu, vergogna e sciagura al recensore). Purtroppo, quando inizio a guardare un punto fisso nel vuoto pensando a quale maglietta indossare al prossimo concerto, bè, insomma… non è un buon segnale. Significa che la mia mente semplice non è più concentrata sulla musica. Colpa mia sicuramente, ma non solo.
Tutto sommato mi è anche piaciuto, ma rientra in quegli album che ogni volta che decido di ascoltarlo, devo partire dal brano in cui, la volta precedente, il mio unico neurone ha deciso di dedicarsi ad altro. Perché so già che se partirò nuovamente dall’inizio, alla fine avrò degli immancabili momenti di vuoto. Dei ricordi mancanti.
Vigil è un death metal che piacerà a chi adora questo genere e, soprattutto e a differenza mia, ha almeno un neurone in più per poter sopperire alle mie lacune sopracitate ed apprezzare ancora di più quanto fatto dai Lago. Che, in ogni caso, non è poco.



