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L’enciclopedia Treccani definisce così la parola istituzione: “un ente creato per un fine specifico”. Abbiamo spesso accostato, più o meno a proposito, questo vocabolo ad artisti, atleti, esercizi commerciali e chi più ne ha più ne metta. Ebbene, se proprio vogliamo rassegnarci ad un uso inflazionato di questa parola, certamente sarà calzante per qualificare i Lamb of God nel panorama musicale degli ultimi trent’anni. Il quintetto di Richmond, Virginia (come non perdono occasione di ricordare ai loro devoti), non ha ad oggi fatto rimpiangere ai suoi ascoltatori un centesimo o un secondo investito nella contemplazione del loro death groove made in USA, e con Into The Oblivion centrano ancora una volta il bersaglio, con il plauso di averci regalato un disco più ispirato rispetto all’ acoppiata precedente. Nonostante Lamb Of God e il successivo Omens risultino infatti due dischi più che soddisfacenti, lasciano la sensazione di un compito portato a termine più per senso del dovere che per un reale bisogno creativo; specialmente se paragonati a VII: Sturm Und Drang, antecedente l’album omonimo, uno dei lavori più appassionati del gruppo.
Mettendo subito in chiaro che il logo rivisitato costituisce l’unica vera novità tangibile, i Nostri ripropongono il loro death groove di evidente rimando ai Pantera, ammiccando, come di consueto, al metalcore tra il finire del secolo scorso e l’alba di quello corrente, esaltando le ben note influenze hardcore di Randy Blythe con maggior enfasi rispetto ai capitoli precedenti: nella brutale “Parasocial Christ”, nell’interessante “The Killing floor” e nella conclusiva “Devise / Destroy”, lo scream micidiale del vocalist sembra assumere i connotati di un’arringa sopra i riff di Mark Morton e Willie Adler. A tratti anche “Sepsis” gode delle medesime contaminazioni, salvo poi passare ad una velocità schizoide più affine al thrash, e chiudersi con l’immancabile breakdown.
Ammirevole pure “A Thousand Years” per aver conciliato ritmiche blues (nulla di nuovo sul fronte del groove metal) con una pachidermica cadenza hardcore; non è la traccia migliore dell’album, la contesa di questo scettro è circoscritta alla titletrack e a “Parasocial Christ”, ma ripagherà l’attenzione che le riserverete.
Buono anche il singolo “St. Catherine’s Wheel”, dove le contaminazioni post groove alla Gojira aggiungono varietà al repertorio del gruppo senza snaturarne lo stile.
Merita un discorso a parte “El Vacio”, una ballata interessante pur nel suo essere canonica. Se la prima strofa intreccia, sopra una batteria a tratti tribale, un riff ipnotico in clean e un arpeggio psichedelico suonato delicatamente in palm muting, il ritornello è un pugno nello stomaco, chiosato dal cantato ruggente e straziato di Blythe. Nella seconda strofa le idee della prima vengono riproposte con un drumming più lineare e un’armonia più stratificata, per poi accompagnarci nel finale con il secondo ritornello. Buon pezzo ma forse stroncato prima che potesse dare ancora qualcosa; ad esempio un crescendo finale come in “Overlord”, da VII: Sturm Und Drang.
In “Blunt Force Blues” possiamo riconoscere dalle prime note un canonico thrash groove, con qualche incursione hardcore ben calibrata nel ritornello. Traspare tutto il mestiere di un gruppo che rimarca il suo territorio di caccia preferito.
“Bully” risulta invece il passaggio meno convincente del disco: troppi riff condensati si arenano in una composizione confusa e poco organica, lasciando l’ascoltatore in perenne attesa di qualcosa che non arriverà mai (il bullo a cui si deve il titolo potrebbe facilmente essere Godot).
Into The Oblivion è un disco dei Lamb of God, nella più positiva accezione della sentenza: un’altra missione compiuta per una band che da 30 anni è un punto di riferimento inamovibile per il genere che rappresenta, l’undicesimo successo inanellato in una carriera che ha garantito ai Nostri, a passo di ottimi dischi e nessun passo falso, il loro posto nelle pagine del grande libro della musica.
Fatta eccezione per gli imminenti tour, dove verranno cavalcati per promuovere la nuova uscita, difficilmente vedremo i brani di questo disco consolidarsi nelle setlist del gruppo in sede live, specialmente quando l’artista in questione può preferire cavalli di battaglia ben più rodati; ma l’album resta ottimo; le canzoni sono scritte, suonate e prodotte con la perizia sufficiente per eguagliare uno standard a cui i Lamb of God ci hanno (bene) abituati da trent’anni.



