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Sempre rimasti in bilico tra l’heavy più classico e il thrash tradizionale (per non ripetere di nuovo classico), gli americani Destructor non si sono mai decisi né per l’uno e né per l’altro. Per questo loro Tales Of Glory, settimo album della band dell’Ohio, hanno nuovamente optato per un ibrido che, se nel 1984 poteva anche funzionare rappresentando un qualcosa di diverso e intrigante, ora, con l’effetto novità svanito, perde della sua iniziale consistenza. Bisogna essere nostalgici forte per poter apprezzare ed eventualmente provare un senso di esaltazione con queste sonorità tremendamente e indissolubilmente legate al passato. A me piacciono i richiami in generale all’old style, che sia nel death, heavy, thrash o altro, ma qui si è proprio incatenati ad un tempo che fu. Poi, è indubbio che lo sappiano fare e anche bene.
Addirittura l’enciclopedia metallica azzarda anche il genere power tra il loro stile. Sinceramente non l’ho sentito o, almeno, io personalmente non me ne sono accorto. Forse il tutto sarebbe risultato un minestrone esageratamente condito.
Il fatto che siano dei duri e puri, dei defenders, non so quanto possa ancora funzionare. E visto che qui non siamo di fronte ad una operazione nostalgia fatta per incassare e basta, ma, anzi, li vedo e li sento abbastanza, direi molto, convinti, non posso che inchinarmi dinnanzi a cotanto ardore. E se ci credono loro, provo a crederci anch’io (nello scrivere questo, mi sono alzato fieramente dalla sedia impugnando la biro e alzandola al cielo in stile Artù quando estrae la spada dalla roccia).
Che dire, “Harbinger Of Death” è il pezzo più trve della lista. “Fall to Your Knees” viaggia su territori heavy/speed dai toni quasi epic. Bella e graffiante, segnata dal tempo, la voce di Dave Overkill. Hammer e Flammable alla sezione ritmica hanno il grosso pregio di non strafare, come il buon Hellbound alla chitarra. Forse a tratti pomposo, ma, volendo, diciamo pure che ci sta. E soprattutto, non avendo approfondito troppo la parte biografica, spero che questi siano i loro nomi d’arte. Lo spero con tutto il cuore.
“Never Take Me Alive” si concede un rilassamento melodico e un mid tempo, massì, interessante. “Answers In Blood” e “Victorious Warrior” sono la parte thrash dei Destructor, mentre “Shadow Magic” e “Wolves At Your Door”, con I loro testi fantasy e i riff orgogliosamente trionfanti sono la parte heavy che più heavy non si può.
Attenzione, riascoltando bene ho trovato anche del power che prima mi era sfuggito. Va bene, ora sono a posto così. Il minestrone è servito.
La produzione è di ottimo livello. Però sarebbe ora di aprire la finestra e rinnovare un minimo l’aria, o farne entrare anche un soffio di quella bella fresca, insomma, cercare di aggiungere un minimo di novità, una piccola sorpresina inaspettata, un qualcosa che ti faccia esclamare: “wow, questo non me l’aspettavo”. Non sarebbe male e sarebbe gradito. La copertina poi, dovrebbe prendere la via proprio di quella finestra aperta.
La sufficienza abbondante se la sono anche meritata, in segno di rispetto per la loro onesta e sincera convinzione. Quaranta e fischia anni di esperienza meritano un occhio di riguardo, durare per tutto questo tempo richiede un gran coraggio, come proporre queste sonorità “matusalemmiane”. Qui a Torino, al Museo Egizio, ci sono reperti più recenti.
Da piccolo, alle feste di paese, quando qualche coppia di giovani si lanciava in pista per prima a ballare il liscio, seppure con qualche difficoltà evidente nel tenere il ritmo, veniva sempre incoraggiate da queste parole convinte e amorevoli da parte dei più anziani: “Bravi per il coraggio!”.
Ecco, ora che sono anziano anch’io, userei le stesse parole per i Destructor.



