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Eccessivi, ruvidi, irriverenti. Sono gli Sfregio, da Genova, una band che non guarda in faccia nessuno, se ne frega di tutti e procede dritta per la sua strada. Compromessi? Manco per il ecc… Diplomazia? Sì, sì, come no. Ecco, gli Sfregio hanno questa tremenda virtù, quella di fare esattamente quello che vogliono. Direi che non sia una cosa da poco, anzi. Possiamo discutere sui loro testi, e va bene, possiamo discutere sulla necessità di essere sempre così diretti e spontanei nel linguaggio, e va bene, ma non possiamo discutere sulla musica. Quella no, perché la sanno fare e anche bene.
Non Credo è il sesto disco del gruppo che fa da seguito all’ottimo Malmignotta, uscito nel 2024, un lavoro che ho adorato da subito e che, tanto per essere chiari, lo metto in cima alle preferenze per quanto riguarda la produzione di questa band. Non Credo è subito dopo. Gran bel disco anche questo, ma personalmente appena sotto al precedente.
Il gruppo riesce a riversare in questo disco tutta l’energia che riesce a produrre durante un suo live. E, avendoli visti parecchie volte sul palco, vi assicuro che non è assolutamente poca (consiglio di vederli dal vivo, bestiali!).
Cosa non mi ha convinto è la copertina. Abituato alle belle cover ben disegnate delle loro precedenti fatiche, questa la trovo alquanto anonima e anche il cambio di logo trovo che sicuramente sia più elegante, ma, vuoi mettere con quello vecchio? Ancora adesso, quando ai concerti indosso il cappellino con il loro vecchio logo, mia moglie mi sta lontana perché si vergogna come una ladra.
Prodotto dalla Nadir Music, il disco si presenta subito con dei titoli perfettamente allineati al loro modo di essere. Ascoltare attentamente i testi aiuterà a comprendere che non c’è solo della feroce ironia dietro al loro linguaggio, ma anche una spietata condanna a tutto ciò che, in questo caso, è il contorno inquinato che rovina un messaggio che fondamentalmente dovrebbe essere uguale per tutti: volemose bene. Il fanatismo, l’ipocrisia, la falsità, la violenza sulle donne, sono tutti temi che vengono affrontati in modo crudo, sarcastico e senza alcun tipo di filtro. Non vogliono essere accattivanti e ci riescono benissimo. Non vogliono compiacere a nessuno, e anche qui missione compiuta.
Mai come adesso possiamo dire che i testi risultano altamente divisivi. D’altronde si sa che qualsiasi religione, in fatto di autoironia, sia alquanto tollerante solo quando viene presa in giro un’altra e non la propria. E sbattendosene altamente gli zebedei, gli Sfregio cercano di non fare un torto a nessuno chiamando in causa un po’ tutti. Democratici.
Ad aprire la “predica” è il secondo singolo estratto dall’album, “Battezzata, Go!”. Il primo sacramento diventa la prima etichetta che ti viene appiccicata addosso. Da questo momento in poi in ogni ambito della vita sarai vittima dell’assoluta necessità che ha la società di marchiarti e catalogarti a tutti i costi, rilasciando pareri e giudizi che diventano nel tempo un vero e proprio sfregio (ma non lasciatevi trarre in inganno, l’origine del nome della band è legato ad altro, ben altro…). Pezzo tostissimo con un intro di basso notevole.
“Ramadan” è un pezzo che ha un riff iniziale slayeriano , un assolo ariosamente e classicamente heavy e un coro epico che accompagna poco gentilmente il titolo della canzone. In poche parole si fa il ramadan in settimana e si recupera i vizi persi il week end. Tutto regolare.
“Burqa Ma Donna” è il primo singolo, ed è un pezzo estremamente rude e impulsivo, dove il tema della libertà del corpo femminile è esplicato in modo estremamente schietto. Come sempre e da sempre, cantano in italiano, vogliono farsi capire e non vogliono essere fraintesi. Quello che dicono è quello che pensano, non ci sono dubbi. E per favore, non chiamateli demenziali. Scurrili magari, volgari forse anche meglio, ma non demenziali. E la musica è quel tipo di thrash bello spinto che è la parte che più mi piace dei loro brani.
Non poteva mancare una “velata” critica alla mercificazione danarosa delle figure mistiche. E con “Dio Pop” lo fanno con un sottofondo molto rock, quasi un glam anni ottanta con un finale di canzone che sfuma lentamente, proprio come in certe canzoni di quel periodo. E si ritorna al thrash e punk con “Jesus Crüe”. Rabbia, molta rabbia in questo pezzo. E anche qui non si risparmiano a “giudicare” quelli che vanno in giro casa per casa a portare verbi e messaggi solitamente non richiesti.
“Non Credo” è la più drastica. “La voce è l’arma che possiedo” e “ma nelle persone ci credo” sono due frasi che, beh, non pensavo che l’avrei mai scritto parlando degli Sfregio, ma mi hanno colpito. All’interno del testo della title track assumono un valore non indifferente.
E finiamo come abbiamo iniziato. Un bell’intro di basso in “Belzebù” e un coro diabolico per dissacrare anche i “satanisti” de noanrtri, da loro definiti da cabaret. Quelli che alla fine non comprano neanche i dischi, tanto c’è youtube e fanno la rivoluzione con i clichè. Bella parte centrale volutamente e pesantemente in stile “rituale”. Beh, non hanno veramente risparmiato nessuno.
La grinta che trasuda da ogni solco di Non Credo è bella, genuina, sporca e stradaiola. Un miscuglio di pura attitudine rock che ti marchia la pelle e penetra nelle ossa.
Doc, Seth, Grinder e Ylme sanno il fatto loro. Sanno suonare e sanno comporre. Questo album è l’ulteriore conferma dell’ottimo percorso fatto fino ad oggi dalla band ligure.
Ascoltare senza pregiudizio è il consiglio che ti posso dare. Se poi ti senti offeso, lasciatelo pure dire amico, è un problema tuo.



