KAMELOT – The Awakening

Titolo: The Awakening
Autore: Kamelot
Nazione: USA
Genere: Symphonic Power Metal
Anno: 2023
Etichetta: Napalm Records

Formazione:

Tommy Karevik – voce
Thomas Youngblood – chitarre
Sean Tibbetts – basso
Oliver Palotai – tastiere e arrangiamenti
Alex Landenburg – batteria


Tracce:
  1. Overture (Intro)
  2. The Great Divide
  3. Eventide
  4. One More Flag In the Ground
  5. Opus Of The Night (Ghost Requiem)
  6. Midsummer’s Eve
  7. Bloodmoon
  8. Nightsky
  9. The Looking Glass
  10. New Babylon
  11. Willow
  12. My Pantheon (Forevermore)
  13. Ephemera (Outro)

Voto del redattore HMW: 7,5/10

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Nuovo album per i Kamelot che, sempre sotto la prolifica Napalm Records, pubblicano il loro tredicesimo lavoro, dal titolo di The Awakening.

Da sempre annoverata come una delle formazioni più importanti della scena power, pur sempre sempre staccata dal classico filone del symphonic classico, giunge dopo ben cinque anni ad un nuovo lavoro lasciandosi alle spalle i dubbi che aveva sollevato il precedente The Shadow Theory.

A chi corre subito a vedere il voto di una recensione prima di leggerne il contenuto, spieghiamo perché per The Awakening il 7,5 sia quasi un discredito. Il disco di per sé rasenta la perfezione, a partire delle grafiche a cura del sempre maestoso e spettacolare Giannis Nakos della Remedy Art Design, e non di meno la produzione curata da Sasha Paeth (Heaven’s Gate e mille altri) ormai collaboratore storico della formazione statunitense, e il lavoro di Jacob Hansen che regala al prodotto il proprio standard in fatto di pulizia e spazialità del suono.

Le canzoni funzionano tutte. Thomas Youngblood ha creato atmosfere che variano dall’aggressivo, all’epico, all’intimo. Quindi perché solo 7,5? Perché è un disco dei Kamelot e, sebbene The Awakening sia un prodotto che nessun altro riuscirebbe a fare in questa maniera, è come se ci si aspettasse sempre qualcosa di più, una sorta di evoluzione sonora ancor più marcata, che permetta al gruppo impersonificato nel cantante Tommy Karevik, di fare un ulteriore salto verso la perfezione. Ci dobbiamo, per modo di dire, accontentare del sostanziale passo in avanti rispetto al predecessore. Passo in avanti da subito mastodontico ed evidente con “The Great Divide”, una traccia di apertura perfetta, potente, veloce quanto basta, con un ritornello fatto apposta per stamparsi in testa ed esser cantato dal vivo.

La doppietta “Eventide” e “One More Flag In The Groud” (quest’ultimo già ascoltato come singolo di presentazione) cementa la sensazione che l’album sia stato tutto ben ragionato da Youngblood e soci, riprendendo buona parte dei tratti distintivi che hanno contraddistinto le produzioni migliori degli anni precedenti, anche del periodo prima di Tommy Karevik (ormai da dieci anni voce e volto dei Kamelot). Parlando proprio di Roy Kahn, ormai i tempi dei confronti con Karevik sono passati e sebbene ci sarà sempre chi rimpiangerà i bei tempi passati, lo sguardo sul presente è più roseo che mai per i Kamelot.

The Awakening è un continuo susseguirsi di salti emozionali, in cui spicca la ballata “Midsummer’s Eve”, dal sapore quasi celtico ed impreziosita dal violino di Florian Janoske e dal violoncello di Tina Guo nonché dallo splendido lavoro di pianoforte operato dal tastierista Oliver Palotai.

Se su “Bloodmoon” è pregevole l’operato ritmico di Alex Landenburg (subentrato in pianta stabile al predecessore Johan Nunez, che a sua volta prese il posto dello storico batterista Casey Grillo) e si trova spazio per sonorità quasi elettroniche, è su “New Babylon” che la teatralità del quintetto viene fuori al cento per cento, esplodendo in un ritornello operistico dal sapore molto Kamelot vecchia scuola. Aiuta l’ospitata di Melissa Bonny (Ad Infinitum) che dona varietà al reparto voci, già di per sé intenso.

In chiusura, i fan di vecchia e nuova data dei Kamelot gioiranno senza nessuna remora questa volta e probabilmente anche qualche detrattore dell’ultima ora dovrà rintanarsi nel proprio antro ad attendere. Questo è un disco come ci si aspetta da un gruppo di prim’ordine come i Kamelot e ormai non si può pretendere di meno, ma la formazione capitanata da Thomas Youngblood stavolta non ha deluso.

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