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Dodicesimo lavoro in studio per i belgi Aborted che pubblicano il nuovo Vault Of Horrors sotto la Nuclear Blast.
Guidati dal fondatore Sven de Caluwé con le sue urla grottesche, ma decisamente spinti dalla tecnica batteristica di Ken Bedene, gli Aborted sono ormai un caposaldo della scena estrema, con una carriera quasi trentennale.
Per quanto riguarda i testi, questo Vault Of Horrors prende a piene mani dall’immaginario gore e splatter dei film di genere, ne fa sua l’atmosfera e trasferisce all’ascoltatore il senso di marcio e macabro di quei film a suon di sprangate brutal death metal in faccia. Ma aggiungerei che qui siam ben oltre il brutal death metal perché la tecnica disumana dei tre strumentisti e le scelte di registro del cantante veleggiano fra il deathcore estremo moderno, di cui forse potremmo considerare gli Aborted come padri adottivi, e il grindcore vecchio stile (cito i Mortician, per dirne uno). Giri di batteria devastanti, blast beat disumani miscelati a riff di chitarra violentissimi, che non danno speranza di un attimo di respiro per tutta la durata del disco. È un massacro continuo, appena finita la manciata di secondi di introduzione di “Dreadbringer”, la carneficina inizia a macinare vittime.
L’inserimento di elementi che provengono dal già citato deathcore moderno, estremizzati ancor di più, cercano di dare varietà alla brutalità ma gli Aborted su questo Vault Of Horrors hanno osato di più, prendendo svariati ospiti da affiancare al cantante Sven. Nella prima traccia abbiamo Ben Duerr (Shadow Of Intent), mentre il nostro Francesco Paoli (Fleshgod Apocalypse) su “Condemned To Rot” aggiunge il suo vocione che apre poi ad un inciso centrale dalla vena quasi armonica. Johnny Ciardullo (Carcosa) estremizza “Brotherhood Of Sleep”, canzone in cui fanno capolino ritmiche di chitarra leggermente più cadenzate, alla Cannibal Corpse, alternate sempre a sfuriate grindcore. Il singolo “Death Cult” vede ospite Steve Marois (Despised Icon) e prosegue l’indescrivibile follia ritmica e di arrangiamenti chitarristici.
“Hellbound”, forse il brano migliore, vince grazie al contributo alla voce di Matt McGachy (Cryptopsy), mentre per “Insect Politics” tocca a Jason Evans (Indigest) contribuire a confezionare un’altra fucilata brutal death sotto i due minuti e dalle chitarre leggermente più vecchia scuola. “The Golgothan” è invece la canzone più tecnica, con un approccio solistico interessante e l’impiego di campioni di sottofondo che ben si amalgamano al contributo dell’ospite Hal Microutsicos (Engulfed). Per “The Shape Of Hate”, ad affiancare De Caluwé abbiamo Oliver Rae Aleron (Archspire): pezzo che ricorda in qualche frangente alcune cose prodotte dai The Berzerker, soprattutto per le parti vocali velocissime e ritmiche.
In chiusura, “Naturom Demonto” vede l’ospitata di David Simonich III (Sign Of The Swarm), mentre nella conclusiva “Malevolent Haze” prende il microfono Ricky Hoover (Ov Sulfur). In pratica un pugno in faccia con la crème de la crème dell’estremo moderno.
Un disco estremamente complesso, prodotto da Dave Otero negli USA ai suoi Flatline, con una copertina splendida nella sua sanguinolenta violenza grafica, che riconferma, come se ce ne fosse bisogno, il quartetto belga come punta di diamante di un genere estremo ormai ibrido fra grindcore, brutal death e deathcore.



