ARCHITECTS – The Sky, The Earth & All Between

Titolo: The Sky, The Earth & All Between
Autore: Architects
Nazione: Gran Bretagna
Genere: Metalcore
Anno: 2025
Etichetta: Epitaph

Formazione:

Sam Carter – voce
Adam Christianson – chitarra
Alex “Ali” Dean – basso, tastiere
Dan Searle – batteria


Tracce:
  1. Elegy
  2. Whiplash
  3. Blackhole
  4. Everything Ends
  5. Brain Dead
  6. Evil Eyes
  7. Landmines
  8. Judgement Day
  9. Broken Mirror
  10. Curse
  11. Seeing Red
  12. Chandelier

Voto del redattore HMW: 6,5/10

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“Ci risiamo…”. Sono quasi alla metà del disco e queste parole mi si formano in testa.
Flashback: è l’estate del 2017 e sono a Milano con un caro amico a vedere dal vivo gli Architects per il tour di All Our Gods Have Abandoned Us. Poco tempo addietro avevo scoperto i sudditi di Sua Maestà con il singolo “Gone With The Wind”. Spero che chiunque stia leggendo queste parole ricordi con commozione il testo di quel brano che ancora oggi si ammanta di tristezza e profezia, se consideriamo che qualche mese dopo la sua pubblicazione, il fratello di Dan, Tom Searle, abbandonò questo mondo sconfitto dalla sua malattia.
Insieme alla profondità dei testi, ciò che mi catturò dei ragazzi di Brighton fu la maestria nel riempire il loro metalcore di una sezione ritmica che lascia senza fiato per complessità e gusto.
Tutto questo rese la serata davvero bella per la musica, la compagnia, l’estate, la birra, il tramonto alle spalle riversato sul palco…
Metto quindi in rotazione nella mia playlist musicale gli Architects e ogni momento è buono per ascoltarli.
Grande è lo stupore quando mi rendo conto, qualche tempo dopo mentre la mia auto è ferma in un ingorgo stradale, che quel disco mi sta annoiando.
Sì, mi annoia, mi risulta quasi fastidioso. In fin dei conti realizzo che di tutto l’album il mio interesse è incentrato su “Gone With The Wind” e “A Match Made In Heaven”, forse poco più.
Con l’amaro in bocca decido di togliere il disco dallo stereo e di ripescarlo soltanto sporadicamente per evitare che mi vadano per traverso anche i due singoli che ancora mi fanno provare un brivido.

Oggi sono passati otto anni da allora ed esce The Sky, The Earth & All Between, sotto l’egida di Epitaph.
Decido di riavvicinarmi agli Albionici, probabilmente lasciando che il titolo faccia presa su di me mentre spingo il tasto play.
“Elegy”. Un sound che rievoca fin da subito gli anni ’90 esplode, come il titolo vuole suggerire, in un approccio rabbioso ma ricercato. Qualche spunto deathcore funziona bene e va di moda. Un ottimo nuovo inizio? Spero vivamente di sì. Il songwriting non è banale, le immagini e le figure delicate e potenti, ma ancora la proposta è quella di una band che vive nell’Empireo del metalcore e continua imperterrita ad inserire il “tu” nei suoi testi con la medesima modalità con cui lo facevano i Linkin Park di “Numb”. La fotografia che emerge è, per l’ennesima volta, quella dell’alternativo che ormai ha smesso anche di esserlo, colui che urla la propria critica ai costumi di una società corrotta, ai governi e ai potenti che come animali famelici pasteggiano sul mondo.
Certo, questo è in pieno canone Architects, il cui sound non pare andare a caccia del nuovo quanto riportare in auge il vecchio.
“Whiplash”. Qui ci muoviamo su un terreno fatto d’azione e cinematografico quanto basta, calcato dal rispettivo video diretto dal regista Spectre Berlin, già ingaggiato dai Rammstein di “Deutschland” e il cui richiamo lo percepiamo forte e chiaro. L’energia è palpabile, coinvolgente, avvolgente, un invito ad unirsi alla rivolta spirituale contro un nemico non meglio identificato.
Assieme a “Whiplash”, il secondo singolo estratto dall’album è “Blackhole”: elettronica e sonorità trasportano i nostri cuori in alto e ce li scaraventano contro (anche di questo consiglio la visione del videoclip, stavolta affidato alla regia di Justin Jones) con la forza distruttiva di melodie lacrimogene.
E vorrei, vorrei tanto che l’album proseguisse su questa linea. Mi sta piacendo quest’innovazione almeno negli stilemi musicali. Ma la linea che segue, ahimè, è quella di una parabola in curva discendente: la fatica nel trovare un filo conduttore dentro un lavoro mutaforme come questo, inibisce la voglia di scavare dietro ogni pezzo, con la costante sensazione che i nostri quattro stiano mettendo sul fuoco una grigliata (vegana) di pezzi che, forse, come singoli funzionano abbastanza bene, ma nel complesso manca un vero collante. Si apre un ventaglio pop estremamente mainstream in cui abita chi non ha molto da dire.
Spesso pare che le sporadiche sfuriate vocali siano piazzate per il puro gusto di farlo, per non dimenticare le origini più dure di una band che rimane intrigante, tecnica, impegnata, ma che abbia adottato una linea di più facile presa.
Funzionano, perché funzionano, le collaborazioni con gli House Of Protection in “Brain Dead” dal potente gusto punk, e con Amira Elfeky in “Judgement Day”, ma lasciano ben pochi ricordi.
“Seeing Red” racchiude un po’ quello che per me rappresenta quest’album: bei ritornelli che piacciono e melodie che definirei graziose, ma che si perdono del tutto nel mare dell’ultra proposta musicale moderna…
“Chandelier” va bene per chiudere in chiave molto popolare questa storia che ha preso tante direzioni, come rami che buttano verso parti diverse, tutte valide ma da sviluppare, tutte valide ma con una paternità che, se non sapessimo appartenere ad un unico disco degli Architects, le potremmo appicciare in giro a vari soggetti. Forse che i nostri siano stanchi di etichette rigide e sia il loro tentativo di inseguire nuove ispirazioni?

La parabola giunge al fondo.
Cala il silenzio.
E di quest’album non ricorderò granché.
Con l’amaro in bocca spengo lo stereo. Mi apro una birra, una I.P.A. inglese, come gli Architects.
Ne bevo una sorsata.
Prendo in mano questo foglio su cui buttare giù le prime righe.
E mi vengono in mente le scene dei film in cui si versa a terra un po’ di birra per commemorare qualcuno.
Non la verso (chi pulisce poi?), ma penso alla traiettoria che il fluido seguirebbe prima di toccare terra: una parabola che si getta verso il basso. Il mio augurio è solamente che, per il vasto pubblico che li ama, qualcuno li apprezzi più di me. E qualcuno di nuovo ne venga conquistato.

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