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Non solo vichinghi, nell’ultimo disco dei danesi Vanir: la copertina e il brano “Never Surrender” sono infatti dedicati alla battaglia di Vienna del 1683, quando gli ussari alati dell’esercito polacco (magari non erano ‘alati’ esattamente come sulla copertina, ma questo è un marginale dettaglio) sconfissero l’esercito ottomano e ne fermarono l’avanzata nel cuore dell’Europa.
I Vanir hanno una carriera piuttosto lunga, iniziata nel 2009, e li ho seguiti in particolare nella prima parte della loro parabola, quando suonavano viking metal (il nome è infatti preso dalla mitologia norrena, e indica una delle due stirpi divine di Asgard); la loro proposta, negli ultimi anni, si è poi spostata verso un più classico death solo con qualche influenza pagan, il che me li ha resi meno interessanti. Ma con Wyrd, l’ottavo disco in lista, ho avuto la curiosità di vedere come suonano gli scandinavi nel 2026…
L’inizio è promettente: “Against The Storm” è canonica ma energica, ed ha un sound più pieno di quello degli ultimi Amon Amarth (che comunque non mi sembrano l’unico referente, dato che si sentono anche eco di Wolfheart e direi anche di King of Asgard). Oscura “Braavalla”, che si giova di un tappeto di synth sul bridge e addirittura di un clavicembalo (che ci sta bene!) nel ritornello, mentre “Boudica”, dedicata alla celebre regina dei celti che guidò una vasta, ma alla fine sfortunata, ribellione contro l’Impero romano, ha un oscuro afflato epico che è un piacere per le orecchie: i Nostri dimostrano di poter comporre un brano di oltre sette minuti secondo i canoni del vecchio viking, impreziosito da un ritornello sufficientemente melodico per essere cantabile. “Da Lammet Brød det 6. Segl”, titolo quantomeno singolare (ha a che fare, credo, con l’Apocalisse: la traduzione letterale è ‘Quando l’agnello ruppe il sesto sigillo’), flirta anche con ritmiche black e suoni più moderni; funziona anche “Mod & Ære”, che alterna una strofa furibonda a un ritornello estremamente melodico. Si chiude con la marziale “Nine”, per un melodic death più ortodosso e quadrato.
Tutto bello, direte voi? Alla fine dell’ascolto di Wyrd, si ha la consapevolezza di aver ascoltato una manciata di brani interessanti, ma nessuno resta veramente in testa. Sono semplicemente ‘buone canzoni’, senza eccellenze particolari. E sul mercato questo significa quasi certamente oblio e impossibilità di raggiungere un pubblico che vada oltre chi già li conosce. All’album non manca nulla, e dunque è giusto attribuirgli un voto positivo, ma contemporaneamente non ha neanche nulla che coinvolga veramente.



