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Dieci anni dopo la loro ultima fatica, l’EP Ehumation Of The Ancient, ecco che tornano i Funebrarum con l’album Beckoning The Void Of Eternal Silence. E io sono contento. Eh si, non nascondo di essere un grande fan della band americana.
Li avevo ormai quasi dimenticati, quasi rimossi dalla mia memoria, quando mi arriva così, sulla noce del capocollo, la notizia dell’uscita di un loro nuovo disco. Emozione allo stato puro, frenesia e nervosismo mi hanno accompagnato fino al primo ascolto che si è concluso con un sospiro di sollievo. La loro ultima fatica mi è piaciuta, e meno male, perché non avrei retto ad una delusione dopo tutti questi anni di attesa.
Non un solo disco della loro produzione non mi ha soddisfatto e Beckoning The Void Of Eternal Silence non è da meno. La loro opprimente negatività e il loro suadente pessimismo è tornato alla carica. “Allegria” avrebbe detto qualcuno.
Rispetto all’ultimo lavoro del 2016, nella formazione è presente Phil Tougas, che prende il posto del chitarrista Yuri Kahan. I “vecchi” Daryl, Sam, Charlie e Kyle ci sono sempre. E io sono di nuovo contento
Accompagnato da una copertina rappresentante un paesaggio innevato (cari Funebrarum, ci siamo proprio sforzati…), Beckoning The Void Of Eternal Silence ha una durata di una cinquantina di minuti per un totale di dieci pezzi. Riempitivi, a parte la solita strumentale da un minuto e mezzo che odio in qualsiasi disco, di qualsiasi genere e di qualsiasi artista, direi che non abiamo.
Dopo il primo brano, “The Arrival”, mi è venuta la pelle d’oca con “Beckoning The Void Of Eternal Silence”. Una canzone dominata dai sintetizzatori (sì, avete letto bene, sintetizzatori) che crea un’atmosfera raggelante di distruzione di massa con dei suoni lenti e tremendamente malinconici. Maniacalmente ossessivo e opprimente, con il suono soffocante della doppia cassa e il blast beat che riesce a creare una situazione di disagio claustrofobico da necessitare immediatamente l’apertura di una finestra per prendere aria e ossigeno. Ossigeno a catinelle. Che pezzo.
E si torna a rantolare con il successivo doom/death di “Ša Nagba Amāru”, una marcia funerea trasudante sofferenza e dolore. Vogliono farci soffrire? E noi soffriamo con loro, non c’è problema.
“Through The Barren Halls Of Grieving Emptiness” è semplicemente brutalità e ferocia. Riff frenetici che si inseguono con una base ritmica così tremendamente roboante da far implodere la cassa toracica.
Le tastiere in “Anhela Odor Mortoruom (The Adepts)” introducono e accompagnano un pezzo orchestralmente suggestivo e diretto.
Più schietta e più classicamente death “From Rotting Burial Shrouds”, così come la successiva “Turning The Stones Of Torment”. Rimembranze di old school che ben si integrano con la pesantezza atmosferica vissuta fino ad ora. Scarichiamo la tensione con della malsana cattiveria, che altro volere di piu?
L’anima marcia della band viene tutta fuori con l’ultimo pezzo, “The Whispering Cathedral – Epilogue”. Un’ambientazione gotica imprigiona l’ascoltatore all’interno di una qualsivoglia struttura religiosa a pregare il pregabile per non essere dato in pasto al male assoluto. Paura eh? (citazione con relativa mano a pigna che si apre e si chiude).
Beckoning The Void Of Eternal Silence è un gran disco. I Funebrarum dimostrano di saperci ancora fare, di sapere cosa sia il death metal e di avere tutte le carte in regola per continuare il discorso interrotto una decina d’anni fa.
Spettrale, totalizzante e quasi “cinematografico”, questo album rappresenta il ritorno in pompa magna di un gruppo che nella sua carriera ha rappresentato al meglio l’essenza di un preciso genere musicale.
Ora me lo riascolto per l’ennesima volta, e, non so se l’abbia già scritto o no, ma ne dubbio lo riscrivo: “E io sono contento!”.



